Il concerto mendelssohniano si apre con uno dei capolavori giovanili del musicista, l'Ottetto in mi bemolle maggiore per 4 violini, 2 viole e 2 violoncelli op. 20, completato il 20 ottobre 1825. L'autore scrisse sulla partitura autografa queste parole: «Questo Ottetto va suonato da tutti gli strumenti nello stile di un'orchestra sinfonica. I piani e i forti debbono essere rispettati attentamente e sottolineati con più forza di quanto si usa in opere di qusto genere». In effetti l'Ottetto presenta una scrittura abbastanza complessa e rivela a tratti un respiro sinfonico, anche nel rispetto della sua ridotta struttura strumentale.
L'Allegro iniziale in mi bemolle maggiore è caratterizzato da un tema morbido e flessuoso, riproposto più volte nel corso del primo movimento, che è il più esteso dei quattro. Molto belle ed espressive le modulazioni e il gioco del ritardo e del crescendo che conferisce un senso misterioso all'elegante stesura armonica. Lo sviluppo sembra ad un certo punto arrestarsi, per poi riprendere con rinnovata energia giovanile.
L'Andante in do minore poggia su una melodia delicatamente elegiaca ed è un momento di assorta contemplazione, pur nella varietà e nell'intreccio delle tonalità. La pagina più caratteristica e significativa dell'Ottetto è lo Scherzo in sol minore del terzo tempo: qui si rivela la cifra espressiva del migliore Mendelssohn, quello universalmente ammirato del fantasioso e magico Sogno di una notte d'estate. Tutto è semplice, chiaro e scorrevole e la polifonia strumentale è quanto mai leggera e impalpabile, in un quadro sonoro formalmente ineccepibile.
Il Presto
finale in mi bemolle maggiore è una fuga in cui si rivela la
solida preparazione contrappuntistica del musicista e
l'abilità nel trattare con straordinaria sicurezza le
capacità espressive del piccolo complesso strumentale. Un
senso di sereno e tonificante benessere si diffonde a conclusione
dell'ascolto del mirabile Ottetto.