Werther
Dramma lirico in quattro atti
Musica: Jules Massenet (1842 - 1912)
Libretto: Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann da
Die Leiden des jungen Werthers
di Johann Wolfgang von Goethe
Ruoli:
- Charlotte, una giovane donna (mezzosoprano)
- Sophie, sua sorella (soprano)
- Werther, un giovane poeta (tenore)
- Albert, fidanzato di Charlotte (baritono)
- Le Bailli, padre di Charlotte (basso)
- Schmidt, amico di Bailli (tenore)
- Johann, amico di Bailli (baritono)
- Bruhlmann, poeta (tenore)
- Katchen, fidanzata di Bruhlmann (mezzosoprano)
Organico: 2 flauti (2 anche ottavino), 2 oboi (2 anche corno inglese), 2
clarinetti (2 anche clarinetto piccolo), sassofono contralto, 2
fagotti, 4 corni, 2 trombe (anche cornette), 3 tromboni, basso tuba,
timpani, grancassa, triangolo, tamburo basco, arpa, archi
Composizione: 1887
Prima rappresentazione: Vienna, Hofoperntheater, 16 febbraio 1892
Edizione: Heugel & Cie., Parigi, 1892
Sinossi
Atto primo.
Luglio 178... Nei dintorni di Francoforte. Sulla terrazza di casa del borgomastro, che sta insegnando ai suoi figli
un canto di Natale. La quindicenne figlia del borgomastro, Sophie, è in scena mentre la sorella maggiore Charlotte
si sta preparando per un ballo. Sopraggiungono gli invitati, che si sono dati appuntamento alla casa di Charlotte da
dove si recheranno alla festa. Fra gli altri c’è il giovane sognatore Werther (“Je ne sais si je veille”), che il
borgomastro presenta alla figlia maggiore. Mentre tutti sono al ballo, Sophie, rimasta sola a casa, viene raggiunta
da Albert, fidanzato di Charlotte, che ritorna dopo un viaggio durato alcuni mesi ed è colpito dall’assenza della
promessa sposa. Ma Sophie lo rassicura: l’amata lo ha sempre pensato (“Elle m’aime”). I due si congedano e rientrano
Werther e Charlotte: il giovane le dichiara il suo amore, ma la ragazza gli parla della promessa, fatta alla madre
morente, di sposare Albert. Werther, pur disperato, non si oppone (“Il faut nous séparer”).
Atto secondo.
Nella piazza di Wetzlar, in un giorno di festa settembrino: si celebrano le nozze d’oro del Pastore. Albert e Charlotte
sono sposi da tre mesi e gli amici brindano alla loro unione. L’infelice Werther, che da lontano assiste alla festa,
viene raggiunto da Albert che, conoscendo i suoi sentimenti, gli dichiara di stimarlo per la sua rinuncia. Sopraggiunge
poi Sophie, innamorata di Werther, che gli chiede di ballare, ma l’invito è respinto. Il giovane vuole parlare con
Charlotte e la attende vicino alla chiesa per dichiararle ancora una volta il suo amore. Ma ella gli risponde consigliandogli
di allontanarsi per qualche mese: tornerà a Natale. Fin d’ora Werther inizia a pensare che solo la morte potrà liberarlo
dalla sua infelicità. Rifiuta un nuovo invito alle danze di Sophie e le comunica che se ne andrà per sempre: a questa
notizia la giovane scoppia in lacrime.
Atto terzo.
La vigilia di Natale nel salotto della casa di Albert. Charlotte è inquieta e rilegge una lettera di Werther, mentre
Sophie le chiede se sia triste a causa dell’assenza del giovane (“Je vous écris”): Charlotte non riesce a dissimulare
di fronte alla sorella e cade in un pianto dirotto. Sopraggiunge proprio in quel momento Werther, che è tornato dopo una
malattia e dopo aver invano desiderato la morte. Mentre le legge alcuni versi di Ossian le strappa un bacio, ma dopo
questo fugace momento di abbandono la donna fugge rinchiudendosi in una camera (“Pourquoi me réveiller”). Werther lascia
la casa: ora sa che non c’è felicità per lui. Poco dopo manda un biglietto ad Albert per chiedergli in prestito le sue
pistole, adducendo il pretesto di un viaggio. Charlotte intuisce la verità e si precipita a casa di Werther.
Atto quarto.
È la notte di Natale. Il giovane giace morente nel suo studio e, sentendo la voce di Charlotte, si rianima per un attimo,
giusto il tempo di chiedere perdono e invocare una serena sepoltura (“Là-bas, au fond du cimitière”), per poi spirare tra
le braccia dell’amata, che ha appena il tempo di confessargli la verità: ella lo ha sempre amato e si rimprovera di aver
sacrificato i propri veri sentimenti a un giuramento. Werther morirà felice di questa confessione. Da lontano si odono i
bambini che cantano il loro inno natalizio.
Composto più per soddisfare una propria esigenza interiore che per compiacere le richieste di un pubblico e di una critica
diventati sempre più esigenti dopo i successi di Manon e Hérodiade,Werther
è forse il capolavoro di Jules Massenet, sicuramente la sua partitura meno ‘convenzionale’ e meno costretta entro schemi rigidi
e prefissati. L’ardua impresa di tradurre musicalmente le angosce del personaggio di Goethe, divenuto paradigma di certo
spleen esistenziale già all’epoca di Massenet, spinsero il compositore a cercare un linguaggio sonoro
estremamente nuancée, il più vicino possibile alle inflessioni e alle sfumature della lingua parlata.
Il compositore, del resto, conobbe il testo di Goethe attraverso una traduzione francese ed è probabile che le sonorità morbide e
arrotondate della sua lingua madre abbiano in qualche modo addolcito il suo approccio a Die Leiden des jungen
Werther. Anche da ciò dipende forse il parziale ‘tradimento’ del compositore francese, più volte rimproverato dalla critica,
nei confronti della cruda e disperata analisi introspettiva del romanzo di Goethe, vessillo di quel movimento romantico dello
Sturm und Drang che dilagherà in tutta Europa. Per il libretto Massenet e l’editore Hartmann si rivolsero
a Paul Milliet, affiancato dal fido Edouard Blau. Non poche sono le libertà, sicuramente decise d’intesa con il compositore, prese
nei confronti dell’originale di Goethe, le più importanti delle quali riguardano il personaggio di Charlotte. Costei nell’opera ama
consciamente Werther, ed è lacerata tra il desiderio di lui e i suoi doveri di sposa. Secondo alcuni ciò dovrebbe accrescere l’interesse
del personaggio; in realtà ha l’imperdonabile torto di sottrarre al protagonista parte di quell’agghiacciante e siderale solitudine
esistenziale che lo circonda e attanaglia senza via d’uscita. Anche il finale, desolatamente disperato in Goethe, con l’affannosa
corsa di Charlotte al capezzale di Werther morente, voluta dai pietosi librettisti, ha rischiato di trasformarsi (se non fosse stato
per la ‘desolata’ musica di Massenet) in un banale finale d’opera simile a tanti altri.
Il nevrotico alternarsi di esaltazioni parossistiche e ripieghi malinconici caratterizza la scrittura vocale di Werther. Egli è uno
‘straniero’ che si aggira in un universo piccolo borghese popolato di bonari podestà, mogli fedeli e bimbetti
che studiano i canti di Natale, senza riuscire in alcun modo a trovare un punto di contatto, un minimo cenno d’intesa. Già dalla sua prima
aria (“Je ne sais si je veille”) accenti estatici si frammischiamo a slanci passionali. È come se Massenet volesse presentarci un protagonista
incapace di esprimersi se non attraverso atteggiamenti esasperati, che quasi con violenza si stagliano contro la banale e compita espansività
sentimentale di tutti gli altri. In qualche dettaglio, non sempre le scelte del compositore approdano a felici risultati. I coretti dei bambini
collocati all’inizio e alla fine dell’opera, ad esempio, che con voluto stridore enfatizzano la malinconia di Werther (sulla falsariga del coro
di carnevale nel finale di Traviata), a tratti risultano di una petulanza che va al di là delle probabili intenzioni
dell’autore; così come l’aria di Albert, “Elle m’aime”, che si direbbe persino ‘banale’ nella sua piana normalità. La stessa Charlotte, nonostante
l’audace impaginazione musicale della celebre ‘aria delle lettere’, non sempre convince pienamente, restando a tratti una figura sfumata e indistinta
sullo sfondo. Si intuisce insomma che Massenet (e noi con lui) parteggia sfacciatamente per il protagonista, al quale regala i momenti memorabili
della partitura. Dalla turchina e svagata rêverie del ‘duetto al chiaro di luna’ con Charlotte, nel primo atto, al
celeberrimo “Pourquoi me réveiller”, cavallo di battaglia dei maggiori ‘tenori di grazia’ del secolo.
L’orchestrazione, di grande accuratezza, amplifica i sussulti emotivi dei personaggi con un uso dello strumentale a tratti atipico, come nel
caso dell’aria di Charlotte “Va! Laisse couler mes larmes!”, nella quale fa la sua comparsa il saxofono. Nella tinta generale dell’orchestra sono
avvertibili reminiscenze di Cajkovskij, Schubert e Schumann, ma tutte filtrate e, per così dire, quintessenziate attraverso la sensibilità
inequivocabilmente ‘francese’ e personale di Massenet. Fra tante raffinatezze non è possibile dimenticare la pagina più crepuscolare e malinconica
dell’intera partitura, quel “Là-bas, au fond du cimetière” cantata da Werther morente, dolorosa elegia funebre sui sogni infranti della giovinezza.
(1)
Dizionario dell'Opera
2008, a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi
Dalai editore, Firenze, 2007
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Ultimo aggiornamento 18 luglio 2019