Dopo i cinque anni trascorsi prevalentemente in Inghilterra nel corso dei due successivi e trionfali viaggi che videro fra l'altro la nascita delle Sinfonie "Londinesi" e della Sinfonia concertante, Haydn fece ritorno a Vienna nell'agosto 1795, riprendendo le sue funzioni di Kapellmeister presso gli Esterházy; egli, d'altronde, non si era mai licenziato dall'incarico, ma aveva solamente ottenuto un periodo di congedo. Tuttavia, alle dipendenze del nuovo principe Nicolaus II, succeduto al fratello Anton, il suo ruolo fu più formale che sostanziale; l'unico impegno contrattuale che gli venne richiesto fu quello di scrivere ogni anno una Messa da eseguirsi in settembre presso la residenza estiva di Eisenstadt (gli Esterhàzy avevano abbandonato la residenza di Esterhàza, e vivevano a Vienna) in occasione dell'onomastico della consorte del principe, la principessa Maria Ermenegilda. È dunque in questo contesto che nascono, fra il 1796 e il 1802, sei differenti Messe, che costituiscono, insieme agli Oratori Die Schöpfung e Die Jahreszeiten, i frutti più complessi della tarda creatività dell'autore, ormai del tutto disimpegnato sul fronte della Sinfonia: la Missa Sancti Bernardi von Offida o Heiligmesse (1796), la Missa "in tempore belli" o Paukenmesse (1797), la Missa "in angustiis" o Nelsonmesse (1798), la Theresienmesse (1799), la Messa della Creazione (1801) e la Harmoniemesse (1802). Si è a lungo discusso sull'ordine di composizione delle prime due Messe, entrambe datate 1796 sull'autografo; tuttavia è ormai certo che la Missa "in tempore belli" venne ascoltata nel 1797 presso la Bergkirche di Eisenstadt, mentre la Heiligmesse fu eseguita nello stesso luogo un anno prima, il 12 settembre 1796, nel giorno onomastico della principessa. Tuttavia Haydn ritenne di dover ritoccare l'anno seguente la partitura; una migliore conoscenza dei componenti dell'orchestra impegnata presso gli Esterhàzy lo stimolò a rendere più complesse le parti di clarinetti e trombe.
Di fatto, questo straordinario impegno nel campo della Messa trova pochi paragoni fra i compositori del tempo. A quattordici anni di distanza dal suo ultimo lavoro del genere, la Mariazeller del 1782, Haydn crea sei vaste e diversissime partiture, per comprendere le quali occorre tenere presenti, da una parte, il rispetto di consolidati stilemi della musica sacra cattolica, e, dall'altra, l'approccio razionale e sereno di Haydn alla religiosità. Esse appartengono infatti al tipo della Messa-Cantata, in cui ogni parte dell"'Ordinarium Missae" (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Benedictus, Agnus Dei) viene divisa al proprio interno in differenti sezioni fra loro contrastanti, affidate a una vasta orchestra, coro, e quattro solisti di canto. Del tutto piena e convinta è l'adesione di Haydn al cosiddetto stilus mixtus, ovvero lo stile della Messa concertata napoletana, che alternava brani in stile "antico" e contrappuntistico - riservati a determinati momenti topici della Messa - ed altri in stile "moderno" e profano; il risultato è quello di una interpretazione attenta non alla lettera del testo ma al suo valore celebrativo. L'idea della Messa come grande festa sonora, si sposa poi alla particolare religiosità di Haydn, "la cui devozione", per usare le parole di Griesinger, il primo biografo, "non fu demoralizzata o sempre penitente, ma piuttosto sorridente, riconciliatoria, credente, e la sua musica sacra rivela questo carattere". Tuttavia rispetto alla Mariazeller la sei tarde Messe mostrano maggiori ambizioni; l'esperienza londinese aveva offerto ad Haydn l'opportunità di lavorare con orchestre di vasto organico, e di maturare uno stile sinfonico estremamente ricco, variato e raffinato. Ecco quindi che nelle ultime Messe viene ridotto lo spazio assegnato ai solisti vocali, e l'orchestra viene chiamata ad esaltare la propria funzione di tessuto connettivo, mutuando dalla prassi sinfonica sia le forme, sia il principio dell'elaborazione tematica, sia lo straordinario valore espressivo della strumentazione.
A queste caratteristiche aderisce compiutamente anche la prima delle sei Messe, il cui primo nomignolo è legato alla figura di San Bernardo di Offida (1604-94), un monaco italiano che visse per decenni in povertà, impegnandosi in favore dei malati e dei miseri; venne beatificato da Papa Pio VI il 19 maggio 1795, un anno prima della stesura della Messa. Il secondo nomignolo Heiligmesse è dovuto, come si vedrà, alla presenza di una vecchia melodia ecclesiastica.
L'influenza del sinfonismo si avverte immediatamente nella partitura, fin dall'iniziale Kyrie, che, anziché essere diviso in tre sezioni ("Kyrie-Christe-Kyrie"), segue l'articolazione Adagio-Allegro moderato, propria dei primi movimenti di undici delle "Londinesi"; tuttavia, dopo la solenne introduzione, l'Allegro moderato si allontana dai principi puri del sinfonismo, avvicendando plasticamente diverse situazioni: un tema sinfonico, un complesso fugato, un tema ascendente diviso fra piano e forte (ed è la breve parentesi del Christe), un ritorno del primo tema interrotto da pause sospensive.
Il Gloria, come nelle altre Messe, si divide in tre sezioni, due sezioni giubilanti che incorniciano il centrale e riflessivo "Qui tollis". Nella prima sezione è possibile verificare come l'intonazione del testo poetico segua scelte espressive codificate da una lunga tradizione, con l'innodico scoppio iniziale cui si contrappone il meditativo "Et in terra pax". È però il "Gratias agimus tibi" il momento più alto (vengono finalmente in primo piano i solisti), per l'impiego di un contrappunto singolarmente fitto e complesso che riflette con l'altezza concettuale della scrittura il momento spirituale del testo. L'ultima sezione si chiude con la fuga, impeccabile e dinamica, sul "Cum Sancto Spiritu".
La medesima struttura tripartita del Gloria si ritrova nel Credo, cbe presenta nell'insieme una intonazione stilisticamente più arcaica, come nei ripetuti unisoni della prima sezione, che alludono al valore assiomatico delle proposizioni del testo sacro. Come sempre, la sezione dell'"Et incarnatus est", in cui si descrive il mistero del concepimento divino, è quella più studiata; Haydn sceglie qui di riprendere un suo vecchio Canone sul testo profano "Gott ini Herzen, ein gut Weibchen in Arm" ("Dio nel cuore, una buona fanciulla fra le braccia"); tre soliste femminili, e poi tre solisti maschili, intrecciano le linee del Canone, e il coro conclude la meditativa pagina. La sezione dell'"Et resurrexit" sfocia nella serrata e vasta fuga dell'"Et vitam venturi saeculi", che chiude come di prammatica l'intero Credo.
È al Sanctus che la partitura deve il nome di Heiligmesse, per la presenza, nelle voci interne del coro, di un antico tema liturgico tedesco sulla traduzione ("Heilig, heilig, heilig") del testo "Sanctus, sanctus, sanctus". A parte questo fatto, la sezione è assai succinta, e sfocia nell'Allegro, opportunamente contrastante, del "Pleni sunt coeli", con il breve fugato sull'"Osanna". Pagina di altre dimensioni e di altro spessore concettuale è il Benedictus, che può essere paragonato, formalmente, a un Andante di Sinfonia, in cui però si inseriscono la melodia vocalistica di sapore profano e i ritmi puntati baroccheggianti, in una sintesi di magistrale concentrazione espressiva; significativo che per non turbare l'esito di questa pagina Haydn abbia evitato una nuova sezione fugata per l'Osanna", applicando questo testo alla breve coda. D'altronde anche nell'Agnus Dei lievita la tensione, con una ambientazione austera, in cui il coro è accompagnato dai soli archi; l'ultima sezione, "Dona nobis pacem", si apre con una intonazione giubilante che si riallaccia al Kyrie e al Gloria, ma segue poi percorsi assai studiati, con le improvvise pause, le frasi mormorate, le lunghe corone, le armonie inattese, che attribuiscono grande varietà alla conclusione della mirabile partitura.
Arrigo Quattrocchi