L'elisir d'amore, A 36, In 41

Opera comica in due atti

Musica: Gaetano Donizetti (1797 - 1848)
Libretto: Felice Romani da "Le philtre" di Eugène Scribe

Ruoli: Organico: 2 flauti (2 anche ottavino), 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, grancassa, archi
Composizione: 1832
Prima rappresentazione: Milano, Teatro della Canobbiana, 12 maggio 1832
Edizione: Ricordi, Milano, 1833
Sinossi

Atto primo.

Presso la fattoria della giovane possidente Adina, un gruppo di mietitori sta riposando. La giovane legge un libro ove si narra la storia del filtro amoroso di Tristano. In disparte Nemorino, giovane campagnolo timido e semplice, è innamorato di lei e la osserva, sospirando invano il suo amore («Quanto è bella»). Adina prosegue la lettura e ride della vicenda, a suo parere assurda, di Tristano innamoratosi di Isotta grazie ad una pozione magica.

Arriva un drappello di soldati capeggiati dal sergente Belcore che inizia a corteggiarla. Nemorino si fa avanti e rinnova le proprie profferte d'amore, ma lei le respinge affermando il proprio carattere lunatico e volubile. Ma, su una carrozza dorata, sopraggiunge al villaggio il «dottor» Dulcamara, ciarlatano che tenta di vendere un «filtro» spacciandolo per una portentosa panacea: Nemorino gli domanda una pozione d'amore che gli permetta di sedurre la sua amata e Dulcamara gli vende per tale una bottiglia di vino. L'effetto è garantito per il giorno successivo, quando ormai il ciarlatano sarà partito. Dopo averne bevuto l'intero contenuto, Nemorino è convinto di aver acquistato un fascino particolare e cambia completamente atteggiamento nei confronti di Adina. La ragazza, indispettita e sorpresa, per ripicca accetta la corte e la proposta di matrimonio di Belcore e dichiara che lo sposerà quel giorno stesso. Confidando nell'effetto dell'elisir, Nemorino affranto la scongiura di rimandare le nozze al giorno dopo. La proposta provoca le minacce di Belcore e il rifiuto di Adina. I paesani si preparano a festeggiare le nozze e a banchettare nella cascina della sposa.

Atto secondo

La festa si svolge fra la generale allegria. Nemorino, affranto ed agitato, chiede a Dulcamara se sia possibile affrettare gli effetti dell'elisir. Il ciarlatano gli consiglia l'acquisto di una seconda bottiglia d'elisir, ma Nemorino non ha più danari e accetta la proposta di Belcore di arruolarsi sui due piedi per ricevere il compenso d'ingaggio («Venti scudi»). Nel frattempo si diffonde nel villaggio la notizia di una grossa eredità che, morendo, uno zio avrebbe lasciato a Nemorino. Il giovane, ancora all'oscuro di questa fortuna, si vede improvvisamente circondato e vezzeggiato da tutte le ragazze: si convince quindi che l'elisir cominci a fare effetto e continua a trangugiarne. Adina prova un imprevisto moto di gelosia e, vieppiù turbata dal gesto estremo di Nemorino per comprare l'elisir, scopre di amarlo. Rinuncia alle nozze con Belcore, riscatta il contratto di arruolamento pagando i venti scudi e va alla ricerca del giovane. Lo trova attorniato dalle ragazze del paese e Dulcamara, approfittando della situazione, cerca di venderle l'elisir. Adina ritiene però di poterlo riconquistare con la sua sola bellezza ma non ottenendo un immediato successo, teme d'essere stata davvero dimenticata. Il giovane invece la sta osservando e vede le lacrime spuntare dai suoi occhi. Commosso canta «Una furtiva lacrima». La fanciulla gli confessa finalmente di amarlo mentre Dulcamara aggiungendo gioia a gioia, annuncia a Nemorino l'eredità. Dulcamara fa credere agli abitanti del villaggio che la felicità e la ricchezza di Nemorino siano frutto dell'elisir. Belcore deluso inveisce contro il ciarlatano imbonitore.

L'abile Dulcamara a questo punto è favorito dalle circostanze, e sbandiera come merito dell'elisir la felicità e la ricchezza di Nemorino. L'opera si chiude nel festante tripudio di tutto il villaggio.

Guida all'ascolto (nota 1)

La genesi dell'Elisir d'amore ancora oggi è avvolta nell'aura delle più vaghe supposizioni. Le notizie a disposizione sono infatti pochissime e nemmeno l'epistolario donizettiano, fonte inesauribile di informazione in altre occasioni, è sufficiente per illuminarci.

Come accade in situazioni del genere, la leggenda è intervenuta a colmare il vuoto con la tesi che l'opera fu scritta in quindici giorno, suffragata da quanto ci racconta Emilia Branca, moglie di Felice Romani, nel noto volume dedicato al marito. Il compositore in un colloquio avrebbe detto al poeta: «Io mi sono obbligato a mettere in musica un poema entro quattordici giorni. Concedo a te una settimana per apparecchiarmelo; vediamo chi ha più coraggio di noi due». Come si è constatato in diverse occasioni le notizie riportate da Branca, seppure imprecise, vanno tenute nel debito conto, anche se riprese da altri, come sembra questa, dato che nei tratti più salienti sono state verificate di persona.

Senonché interviene a smentirla, ma solo in parte, un frammento di una delle pochissime lettere superstiti, scritta da Milano presumibilmente il 24 aprile 1832 dal compositore al padre Andrea: «Io sono qua, e tanto qua che la settimana ventura darò principio alle prove, sebbene non abbia finito, (che poco mi manca). Romani fu obbligato a finir presto ed ora m'aggiusta certe cose di scena». Se dunque la data della lettera - inserita tra le necessarie parentesi quadre dato che manca nell'originale - è veritiera, la composizione dell'opera impegnò gli autori ben oltre rispetto a quanto ci abbia tramandato la leggenda.

Il tempo a disposizione non deve realmente essere stato molto, almeno ad interpretare quel «finir presto» imposto al poeta, come un imperativo anche per se stesso. Dunque leggenda e realtà per una volta sembrano coincidere. In questa situazione però un dato è acquisito: la «rapidità» con cui ancora una volta Donizetti dovette approntare L'elisir d'amore, secondo una consuetudine che lo aveva accompagnato ogni giorno nel quindicennio precedente, ma che, almeno a sentire il compositore stesso, fu lo stimolo per i suoi migliori momenti.

«Rapidità» che non ha nulla a che fare con la «fretta», come spesso si è affermato, e che invece presuppone una certa disattenzione nel lavoro. Che non ci fu nel Donizetti, e tantomeno, nel Romani de L'elisir d'amore. Lo testimonia il successo che l'opera ebbe sin dalla prima rappresentazione al Teatro La Canobbiana di Milano il 12 maggio 1832.

Piuttosto la «rapidità» è la regola non scritta di quel modo di fare musica nei teatri italiani di allora, in cui il compositore è ancora un artigiano disposto a scrivere opere a gettito continuo per le esigenze immediate di questo o quel teatro, con risultati talvolta davvero sorprendenti.

La leggenda non ha invece alcuna parte nella fortuna dell'opera. Che a ben vedere si delineò sin dall'inizio con il successo riscosso alla prima, tanto da stupire lo stesso Donizetti: «La Gazzetta giudica dell'Elisir d'amore e dice troppo bene, troppo, credete a me... troppo!», scrive il 16 maggio al padre-mentore Mayr. Affermazione che se da una parte nasconde la sua consueta deferenza verso Mayr, dall'altro suona quasi come un gesto scaramantico, generato dal ricordo dell'insuccesso dell'Ugo, conte di Parigi, caduto clamorosamente alla Scala, il 13 marzo precedente, dopo solo quattro rappresentazioni e successivamente ripreso di rado.

Altro destino è stato invece riservato a L'elisir d'amore che resterà nel cartellone della Canobbiana per oltre trenta recite. Ben presto trionfa in altre città: nel 1833 al Carlo Felice di Genova, nel 1834 torna alla Canobbiana; nell'aprile del 1835 per la prima volta viene rappresentata all'estero, a Vienna, per approdare lo stesso anno (27 settembre) alla Scala con Maria Malibran. A queste occasioni tante altre se ne potrebbero aggiungere, tutte a conferma che l'opera non ha mai praticamente conosciuto l'oblio.

Un successo dovuto proprio alla capacità tutta donizettiana di creare un'opera nella quale il pubblico potesse ritrovare con piacere quei luoghi comuni che riconosceva nel teatro musicale, gli erano familiari e dunque esigeva; le cosiddette 'convenzioni'. Ma come riformare la struttura dell'opera senza venir meno alle convenzioni? Un problema che Donizetti si era posto nel corso di tutta la carriera. Proprio L'elisir d'amore è la prima vera opera comica di Donizetti, dove la tradizione si sposa felicemente con l'innovazione per creare una partitura estremamente equilibrata e che contribuisce in modo rapidissimo allo sviluppo del melodramma tardo ottocentesco italiano.

La strada è quella perseguita da tempo e già tracciata in Anna Bolena: la realizzazione di una struttura drammaturgica più ampia, libera dalle maglie del numero chiuso di stampo settecentesco. Proprio in questo sta il fascino dell'Elisir che ci propone in chiave comica ciò che già nell'opera seria si andava realizzando da tempo, ossia il continuo fluire dell'azione attraverso scene più ampie e in stretta relazione le une con le altre.

Già l'esordio dell'opera ci dà un chiaro esempio del procedimento adottato. Il preludio, e non più la sinfonia di stampo rossiniano, confluisce direttamente nel coro d'introduzione «Bel conforto al mietitore» senza soluzione di continuità, per poi presentare i personaggi principali, come vuole la tradizionale opera buffa, attraverso le rispettive cavatine (nell'ordine Nemorino «Quanto è bella, quanto è cara», Adina «Della crudele Isotta», e Belcore «Come Paride vezzoso»). Non si tratta però di cavatine autonome, ma inserite in un contesto più ampio. Il personaggio non si isola per profondersi in un acceso virtuosismo canoro, ma ammette nelle cabalette il sostegno e l'intervento dialettico di altri personaggi e del Coro. Addirittura nella cavatina di Belcore è inserita una breve scena che fa da raccordo tra le sezioni.

Il legame tra una cavatina e l'altra è realizzato attraverso espedienti innovativi nel genere, come può essere la scena «Ah! ah! ah! Benedette queste carte!» che precede la cavatina di Adina «Della crudele Isotta», o la Marcia alla francese che precede la cavatina di Belcore, il cui rullio del tamburo ne annuncia l'ingresso già alla fine della sezione precedente. La stretta finale dunque non si presenta come la convenzionale conclusione al numero, ma come una naturale progressione a cui i personaggi e il coro sono arrivati per sinergia.

L'impatto è straordinario per l'ascoltatore che vede la vicenda crescere e svilupparsi su questa «drammaturgia continua» fondata su una stretta interrelazione tra le parti. Ne impedisce la totale realizzazione, o almeno ne rallenta la progressione, il recitativo secco, ultimo «necessario» baluardo di una tradizione ormai desueta.

Se questa costruzione Donizetti aveva mutuato dalle esperienze del teatro serio rossiniano e dei suoi epigoni, un modello ben presente al compositore deve essere stato anche il teatro francese, la cui conoscenza il compositore doveva in parte a Mayr che in passato lo aveva messo a contatto con l'esperienze più recenti. Significativa in questo senso è la scelta del soggetto, quel Le philtre che Scribe aveva scritto per Auber nel 1831, e Romani riadattato per l'occasione. Dell'opéra-comique Romani segue la struttura generale, riprendendo addirittura alcune soluzioni formali.

Ma il teatro musicale italiano aveva delle regole precise, e doveva appunto fare i conti con le sue convenzioni; tra queste l'accentuata caratterizzazione dei personaggi era un obbligo a cui era difficile sottrarsi, pena la caduta del consenso. Obbligo che oltrettutto lo distingueva dal teatro francese coevo più attento alla costruzione di una drammaturgia generale che non alla definizione netta dei caratteri e delle loro vicende.

L'elisir segue perfettamente la tradizione con personaggi quali Belcore e Dulcamara, le cui cavatine (rispettivamente «Come Paride vezzoso» e «Udite, udite, o rustici!») ci presentano due figure consuete nel teatro comico, il soldato borioso e il ciarlatano. Anche Adina risponde ai canoni della ragazza ricca e capricciosa, ma Donizetti riesce a caricare di affetto il bel testo di Romani con melodie estremamente coinvolgenti e «sentimentali».

Piuttosto qualche carattere di maggior novità la presenta il personaggio di Nemorino, figura centrale dell'opera. Nemorino, al cui confronto il corrispettivo Guillaume de Le philtre risulta sbiadito, non è il solito «giovane semplice, innamorato», come recita il libretto, e un po' stupidotto che si è incontrato spesso nel teatro comico. Tutt'altro, ha piena coscienza di sè e vive la sua passione amorosa con tale determinazione e verità che alla fine anche Adina gli cederà, naturalmente. Nemorino non mette in atto alcun inganno, non ricorre a nessuno di quegli espedienti che avevano risolto tanti amori contrastati. L'unica sua debolezza è il ricorso disperato all'innocuo elisir, ultima panacea al suo amore infelice.

Solo un personaggio così autentico poteva cantare «Una furtiva lagrima», una romanza appassionata che, sebbene riconducibile nella sua forma alla tradizione francese, non ha corrispettivo ne Le philtre. Del resto la valenza maggiore di questo brano è quella patetico-elagiaca, che non poteva avere spazio nell'opera di Auber, di carattere leggero e brillante.

Ed è proprio il tono patetico-elegiaco, «l'affettuoso» come lo definisce il recensore della Gazzetta milanese, la cifra più autentica dell'Elisir, sconosciuta fino ad allora al teatro comico tradizionale. Così come era inusuale la tendenza «narrativa» a cui volge continuamente l'opera e che aprirà la strada ad altri capolavori tra cui Don Pasquale, al quale toccherà raccogliere i frutti maturati nell'Elisir e riproporli in una veste ulteriormente rinnovata e plasmata secondo il nuovo pathos romantico e borghese.

Marco Mauceri


(1) Testo tratto dal programma di sala della rappresentazione del Teatro Donizetti,
Bergamo, Teatro Donizetti, 26 ottobre 1995

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Ultimo aggiornamento 22 dicembre 2022