Glossario

Six épigraphes antiques per pianoforte a quattro mani, L 139

Musica: Claude Debussy
  1. Pour invoquer Pan, dieu du vent d'été - Modéré - dans le style d'une pastorale (fa maggiore)
  2. Pour un tombeau sans nom - Triste et lent (re minore)
  3. Pour que la nuit soit propice - Lent et expressif (do maggiore)
  4. Pour la danseuse aux crotales - Andantino - souple et sans rigueur (do maggiore)
  5. Pour l'égyptienne - Très modéré (mi bemolle minore)
  6. Pour remercier la pluie au matin - Modérément animé (atonale)
Organico: pianoforte
Composizione: Parigi, 11 Luglio 1914
Prima esecuzione: Parigi, Salle Pleyel, 17 Marzo 1917
Edizione: Durand, Parigi, 1915

Guida all'ascolto (nota 1)

Le Six Épigraphes antiques appartengono al gruppo delle composizioni per pianoforte a quattro mani di Debussy, un genere abbastanza praticato nell'Ottocento e rispondente ad un gusto borghese, quando era diffusa la moda di suonare in casa le trascrizioni delle opere di successo e più popolari, e magari anche le riduzioni per pianoforte delle sinfonie di Beethoven e dei poemi sinfonici di Liszt. In questo gruppo di pezzi pianistici debussyani si distinguono soprattutto le due raccolte della Petite suite e di En blanc et noir, dove si può cogliere quel sottile e raffinato intellettualismo, misto ad una calcolata costruzione formale, appartenente alla sigla inventiva di questo musicista così originale e rivoluzionario nella concezione armonica e timbrica del linguaggio sonoro. Si può aggiungere che le Six épigraphes antiques, come pure le Douze études per pianoforte (1915) e le tre Sonate per violoncello e pianoforte (1915), per flauto, viola e arpa e per violino e pianoforte (1915-'17) indicano un'attenzione maggiore verso la linearità della melodia, anche se la musica non perde il fascino delle sfumature evanescenti e delle sensazioni intimamente delicate e sommesse. Questi sei pezzi, composti nel 1914, sono un adattamento delle musiche per due flauti, due arpe e celesta scritte nel 1900-1901 come intermezzi per una recitazione dei poemi "Chansons de Bilitis" di Pierre Louys. Essi appaiono come momenti di un ciclo unitario e organico in cui affiora il gioco sottile di tonalità, quasi a sottolineare uno dei postulati estetici di Debussy secondo cui "la musique c'est un mystérieux accord entre la nature et notre imagination". Il tessuto sonoro si snoda con raffinatezza di effetti e non manca tra un "pannello" e l'altro il richiamò allo stesso nucleo armonico, come ad esempio il ritorno del tema del primo pezzo alla fine del sesto pezzo. Ciò sta a significare, oltre tutto, come Debussy manifestasse interesse per la forma circolare e articolata nelle sue ultime composizioni, elaborate per varie combinazioni strumentali.

Le Epigrafi, della durata di poco più di 13 minuti, sono caratterizzate da accordi sospesi e atmosfere rarefatte, secondo scelte arcaiche e diatoniche rispondenti a sonorità astratte. Più elaborati e vivamente intarsiati risultano il terzo e il quarto pezzo, mentre il quinto riflette un ritmo orientaleggiante e il sesto ha un andamento impressionistico e apertamente legato ad effetti naturalistici. La composizione è stata trascritta per orchestra nel 1932 da Ernest Ansermet, indimenticabile direttore dell'orchestra della Suisse Romande e appassionato sostenitore, tra l'altro, della musica di Debussy, Ravel e Stravinsky.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 26 ottobre 1990, Aldo Ciccolini pianoforte

Ultimo aggiornamento 24 agosto 2011
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Questo testo scritto da Terenzio Sacchi Lodispoto è di proprietà di © LA MUSICA FATTA IN CASA che ne autorizza l'uso, ed è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it