La vicenda si finge nelle campagne d'Elide, nei pressi della città d'Olimpia, sulle sponde del fiume Alfeo.
Clistese, re a Sidone e padre di Aristea, destina in sposa la propria unica figlia al vincitore dei giochi olimpici cui è chiamato a presiedere. Alla mano della fanciulla aspira Licida (ancora ignoto in Elide, ov'è supposto figlio del re di Creta), che conscio della propria imperizia negli esercizi atletici induce l'amico ateniese Megacle a gareggiare col proprio nome, ignorando l'amore contrastato che lo lega ad Aristea. Giunto appena in tempo per iscriversi alle gare e ancora all'oscuro dell'occulto intendimento del principe, Megacle accondiscende all'invito sin troppo premuroso di Licida, e si presenta ai giudici «mentendo spoglie e nome», mosso dal generoso proposito di poter finalmente contraccambiare l'amico cui deve la vita.
Esule a sua volta in Elide, ove vive nei panni dell'umile pastorella Licori, Argene confida ad Aristea i suoi nobili natali e le proprie traversie, ascolta le querele della fanciulla, costretta a divenire suo malgrado mercede della contesa olimpica, e la sollecita a supplicare il padre affinché dilazioni il principio delle gare acconsentendo a Megacle, suo giovane amante, di parteciparvi. Clistene si dimostra tuttavia irremovibile di fronte alle richieste della figlia, opponendovi le ragioni imprescindibili della legge e del dovere, e si congeda rivelandole orgoglioso che fra coloro che si dispongono a gareggiare per averla v'è anche Licida, l'ardimentoso principe di Creta, acuendo lo scoramento d'Argene, un tempo sua occulta amante e promessa sposa.
Nel frattempo, dopo il giuramento rituale sull'altare di Giove, Megacle apprende a sua volta che la giovane offerta al vincitore dei giochi è proprio colei ch'egli ama e dalla quale, nonostante l'avversione di Clistene, è intensamente contraccambiato. Egli cade perciò preda del dubbio e dello sconforto, prima di risolversi - sia pur a malincuore -, a combattere ugualmente, anteponendo alla propria felicità il pegno d'onore nei confronti del proprio principe.
L'incontro fugace ed inatteso con Aristea, dà infine luogo ad un dialogo affatto evasivo e surreale, dominato dall'impossibilità di palesarle le ragioni dell'apparente contraddizione fra la sua partecipazione al certame olimpico e la contemporanea rinunzia alle sue offerte d'amore, fra le malcerte rassicurazioni di una fedeltà immutata e l'impossibilità di rimanerle accanto, prima di essere bruscamente interrotto dal richiamo, impietoso e provvidenziale, che invita gli atleti a raccolta nel pubblico agone.
Con la ripresa dell'azione Argene s'imbatte in Aminta, rimproverandogli di assecondare la slealtà del suo signore, allorché giunge Aristea recando sconsolata l'annunzio della vittoria olimpica di Licida (ovvero di Megacle).
Acclamato vincitore dei giochi, il giovane ateniese è tuttavia sin troppo impaziente di congedarsi da Clistene, dichiarando di voler tornare al più presto in Creta, onde annunciare al padre le sue prossime nozze con Aristea. Nel frattempo, ella sarà affidata alle cure del proprio scudiero, Egisto (che in realtà altri non è che Licida slesso), alla cui vista il re rimane inconsciamente turbato.
Dopo aver rassicurato Licida ed essere rimasto un'ultima volta solo con Aristea, Megacle rompe gli indugi rivelando alla giovane donna che il principe di Creta gli salvò la vita quando gli occorse d'essere ostaggio dei masnadieri, e prima di allontanarsi per sempre le conferma di aver combattuto e vinto i giochi di Olimpia per conto dell'amico, al quale ora l'affida.
Sopraffatta dall'emozione Aristea perde i sensi, ma quando rinviene ricusa disperatamente Licida, rivendicando il diritto al proprio legittimo sposo e alla propria felicità.
Frattanto gli eventi precipitano ed Argene, giunta al culmine del risentimento e dello sdegno, affronta a sua volta Licida, comunicandogli la sua ferma intenzione di svelare le sue menzogne e la frode della gara a Clistene.
Isolato e travolto dall'ira dopo esser stato bandito, Licida snuda repentinamente la spada e si scaglia contro il re, che si salva solo grazie al provvidenziale intervento di Aristea, frappostasi coraggiosamente fra il padre e la lama del principe.
Colpevole di avere ingannato il sovrano e attentato alla sua vita, il giovane reo viene arrestato e condotto sull'ara sacrificale, ove è destino che muoia svenato. Benché egli stesso in catene, appresa la condanna imposta all'amico Megacle cerca disperatamente aiuto e sostegno in Aristea, affinché interceda presso il padre in favore del compagno ormai definitivamente pentito. Per contro, Argene è ancora sconvolta per il tradimento amoroso ed Aminta rassegnato, anche se ignaro della sorte infausta del suo signore, che nel frattempo manifesta l'estrema volontà di riabbracciare un'ultima volta Megacle.
Proprio nel momento in cui la sentenza di morte sta per essere eseguila, Argene irrompe all'interno del tempio ed interrompe il rito, svelando la propria identità e offrendosi come vittima designata al posto del condannato. A sostegno delle sue parole ella ostenta un monile, segno dei propri natali illustri nonché pegno di nozze offertole dal principe cretese, nel quale Clistene riconosce sgomento quello stesso gioiello che pendeva dal collo del proprio figlioletto Filinto, quando - ben cinque lustri addietro -, per suo volere era stato esposto all'onde affinché non si compisse l'infausta predizione dell'oracolo, secondo la quale un giorno egli avrebbe corso il rischio d'essere assassinato dal suo stesso figlio. Interrogato da Clistene, Aminta confessa di avere salvato quel bambino dalle acque del mare e di averlo affidato alle cure del re di Creta, affinché l'educasse al trono in luogo del suo legittimo figlio, morto ancora in fasce. Finalmente, con il giorno che ormai volge al tramonto, cessa anche l'autorità di Clistene in Elide e la decisione sulla sorte del proprio figlio viene quindi rimessa al volere popolo, che lo riabilita ed acclama le duplici nozze di Megacle con Aristea e dello slesso Licida con Argene.
Il libretto dell'Olimpiade fu scritto da Metastasio nel 1733, a Vienna; dalla capitale asburgica - com'è noto - il celebre letterato esercitò una sorta di dittatura letteraria sull'intero mondo operistico (e letterario) europeo, conservando il titolo di «poeta cesareo» per più di cinquantanni (dal 1729 lino alla morte, sopraggiunta nel 1782). Per la storia dell'opera il libretto dell'Olimpiade rappresenta, a fianco d'altri titoli come, ad esempio, Siroe (1726), Semiramide (1729), Ezio (1728) e Demofoonte (1735), un modello fra i più riusciti (nonché, fra tutti, il più ammirato) del cosiddetto dramma d'intrigo, vale a dire d'una tipologia teatrale in cui la trama si costruisce per intero intorno ad una situazione conflittuale delineata nelle prime scene, della quale si presentano le ripercussioni sui personaggi in diverse circostanze (ciascuna rappresentando un'occasione per l'espansione lirico-affettiva o per il commento sentenzioso-moraleggiante delle arie): Megacle, pur amando la stessa donna, Aristea, cui ambisce il suo amico Licida, si trova costretto, per un debito di riconoscenza precedentemente contratto, a conquistare la mano della propria amata fingendosi Licida. Solo in conclusione, e senza un vero e proprio sviluppo drammatico, giunge, inatteso, lo scioglimento dell'intrigo, grazie ad un'agnizione e/o all'intervento di un deus ex machina.
La fortuna settecentesca dell'Olimpiade fu enorme: fino ai primi decenni dell'Ottocento si contano - caso del resto non unico per i testi di Metastasio - più di 50 diverse realizzazioni musicali ad opera di quasi tutti i più noti compositori: dopo Caldara (autore delle musiche per la "prima" viennese), e oltre a Cimarosa, vi si cimentarono nomi come Vivaldi, Pergolesi, Leo, Galoppi, Wagenseil, Latilla, Hasse, Traetta, Jommelli, Piccinni, Sacchini, Gassmann, Bertoni, Anfossi, Sarti, Myslivecek, Cherubini, Paisiello... Non si contano, inoltre, le arie musicate isolatamente: per la loro raffinatezza e per l'intima musicalità del verso metastasiano, L'Olimpiade, e più in generale i libretti di Metastasio, rappresentarono per gli operisti del Settecento una sorta di banco di prova: una palestra d'esercitazione sulla quale mettere a cimento le proprie capacità creative e imparare a ben scrivere in quello speciale settore della composizione ch'è l'opera lirica.
Come tutti i compositori del secolo, anche Cimarosa è debitore nei confronti del modello drammaturgico metastasiano: del poeta cesareo, oltre all'Olimpiade, musicò l'Alessandro nell'Indie, L'eroe cinese, Attilio Regolo e Semiramide, ma - non diversamente che per qualsiasi altro compositore d'opera nel Settecento - l'influsso della concezione drammaturgica metastasiana riguarda pressoché ogni sua pagina lirica. Si segnalò al pubblico col grande successo del dramma giocoso in due atti Giannina e Bernardone. rappresentato nel 1781 al Teatro San Samuele di Venezia; in seguito fu conteso in tutte le piazze d'Italia e trascorse anche un lustro al servizio di Caterina II di Russia. Autore estremamente versatile e prolifico (s'impegnò in generi molto diversi lasciando un ricco catalogo che nel repertorio operistico arriva a più di 70 titoli), sembra prediligesse il genere comico, ma si cimentò con gran maestria anche in quello serio. Fra i titoli più memorabili si ricorda l'opera Gli Orazi e i Curiazi, andata in scena al Teatro La Fenice il 26 dicembre 1796: lavoro acclamatissimo (godette di ben 130 repliche nella sola città lagunare), quest'opera rappresentò il suo personale contributo alla fortunata tipologia tardosettecentesca, protrattasi fino a Norma, del soggetto classico-romano e a quella, che anticipa l'intero Ottocento, del finale negativo, aprendosi nel contempo all'influsso gluckiano
Se si esclude la (peraltro recente) riscoperta de Gli Orazi e i Curiazi, l'odierna conoscenza di Cimarosa è di quasi assoluta prerogativa d'un solo titolo: l'opera comica Il matrimonio segreto, andata in scena nel 1792 al Burgtheater di Vienna; unico fra i suoi lavori teatrali ad entrare nel repertorio stabilmente e a rimanervi in maniera pressoché ininterrotta fino ai nostri tempi, assumendo, per la memoria collettiva europea, il ruolo d'una sorta di compendio simbolico dell'opera comica settecentesca.
L'Olimpiade, con cui venne inaugurato il Teatro Eretenio di Vicenza nel luglio 1784, propone dunque un terzo aspetto dell'attività operistica cimarosiana: quello che si riallaccia al grande filone serio del primo Settecento, partecipando nel contempo a quel processo storico di prudente rinnovamento, alla luce delle più significative novità emerse nella produzione operistica europea, che caratterizza tante partiture operistiche del secondo Settecento: lo snellimento del libretto (ridotto a due soli atti tramite l'accorpamento in uno solo del secondo e terzo), il frequente ricorso al recitativo accompagnato, l'aggiunta di pezzi concertati sul modello dell'opera comica (una menzione particolare spetta al magnifico sestetto finale), sono i mezzi con i quali Cimarosa mette in opera il proprio rinnovamento "dall'interno" della tradizione operistica.