La musica da camera occupa un posto di rilievo nell'arco dell'intera produzione artistica brahmsiana, non solo per il numero e la varietà delle composizioni, quanto piuttosto per la qualità di certi lavori, che racchiudono i tratti più sinceri e duraturi della personalità dell'autore del Requiem tedesco. Non per nulla quello struggente senso di malinconia e di poesia crepuscolare, il quale viene sottolineato spesso a proposito dell'arte di Brahms, si ritrova in maniera così chiara e precisa in alcuni dei tre Quartetti per archi e dei sei Trii per pianoforte, violino e violoncello, per non parlare delle stupende tre Sonate per violino e pianoforte, un insieme di opere che maggiorimente testimoniano delle vigorose facoltà inventive e costruttive del compositore. Qui si avverte un romanticismo intimo e riflessivo fatto di tenera nostalgia per i sentimenti più semplici e delicati, espressi con naturalezza e freschezza di immagini, non privi di certi accenti scherzosi e popolareschi, tipici della musica cameristica schubertiana. Non a caso qualche studioso ritiene che Brahms sia non solo il continuatore, ma l'ultimo epigono di Beethoven, in quanto nella sua arte sentimentalmente borghese non c'è più l'esaltazione della volontà di lotta nella vita, intesa come elemento dialettico e drammatico, che sta alla base invece dell'estetica del musicista di Bonn. Ma ciò non toglie che Brahms resta una delle componenti più valide del romanticismo tedesco e proprio i più zelanti esaltatori del pensiero germanico lo innalzarono, lui vivente, a contraltare del cenacolo di Weimar che aveva Liszt a sommo pontefice e adunava sotto il suo vessillo avvenirista i wagneriani più esagitati e intransigenti.
E' noto che con il Quintetto in sol maggiore op. 111, composto nell'estate del 1890, Brahms pensava di porre fine alla sua attività creatrice, che aveva toccato tutti i generi musicali, esclusa l'opera lirica. C'è una lettera dell'editore Simrock che testimonia con un tono di amarezza questo stato d'animo del compositore. Tuttavia per una pura coincidenza l'anno seguente Brahms conobbe a Meiningen il famoso clarinettista Richard Mühfeld, che lo spinse a scrivere delle musiche per il suo strumento, il più dolce e malinconico degli strumenti a fiato, che rispondeva molto alla particolare «stimmung» brahmsiana. Nacquero allora quattro lavori cameristici di notevole significato tecnico ed estetico: il Quintetto in si minore per clarinetto e quartetto d'archi op. 115, che è un autentico capolavoro, il Trio in la minore per clarinetto, violoncello e pianoforte op. 114 e le due Sonate in fa minore e in mi bemolle maggiore per clarinetto e pianoforte op. 120. Queste ultime furono scritte nell'estate del 1894 e fu lo stesso Brahms ad indicare indifferentemente la parte sia per il clarinetto come per la viola, sottolineando in tal modo la particolare tessitura timbrica abbastanza omogenea dei due strumenti, i quali non escono mai dai confini del registro medio-grave.
L'elemento cantabile e delicatamente intimistico della Sonata op. 120 n. 2 viene fuori sin dal tema iniziale dell'Allegro amabile, così morbido e tenero nella sua sinuosità melodica. Da esso si sviluppa quel gioco delle variazioni in cui Brahms era maestro, fedele ad uno stile compositivo che può definirsi in questo modo: l'idea resta la stessa, ma cambiano le forme e gli atteggiamenti espressivi. Non per nulla Schoenberg e Webern parlarono di un Brahms progressista e anticipatore, in nuce naturalmente, di procedimenti tecnici e creativi assurti a regola fondamentale presso la scuola dodecafonica viennese. L'Allegro del secondo movimento, impostato come uno Scherzo vivace e impetuoso tra momenti di sospensioni liriche, si richiama maggiormente ad una linea tradizionale, mentre nell'ultimo tempo e specialmente nel pensoso Andante con variazioni si ritrova il Brahms più autentico e coerente con se stesso, capace di scomporre e di valorizzare nelle combinazioni armoniche più diverse la stessa cellula sonora. Tutto ritorna luminosamente classicheggiante nell'Allegro conclusivo, prima che la Sonata torni ad immergersi nello stesso clima iniziale di austera malinconia.