Brahms compose i pezzi brevi per pianoforte, distribuiti nelle opere 116, 117, 118 e 119, tra il 1891 e il 1893, d'estate, nella villeggiatura di Bad Ischl che scelse sistematicamente, nei suoi ultimi anni di vita, per le vacanze.
Quattro numeri d'opera, venti pezzi in tutto, in due anni. Brahms, conclusa con il Doppio Concerto op. 102, nel 1887, la sua opera di sinfonista, limitò progressivamente la pratica della composizione, facendola diventare paradossalmente, alla fine, un hobby per le vacanze.
Il compositore che a vent'anni aveva scritto tre Sonate, e a trenta le serie monumentali delle variazioni su temi di Händel e di Paganini, a sessant'anni si dedicava amorevolmente alla piccola pagina intimistica. Alla piccola pagina intimistica del romanticismo mendelssohniano, verrebbe da dire. Ma la pagina intimistica aveva antecedenti non solo nel Romanticismo. E se Brahms ritornava indubbiamente verso Mendelssohn, e verso Schumann e verso Schubert, ancor più si riallacciava alle raccolte di musiche Für Kenner una Liebhaber (Per conoscitori ed amatori) che Carl Philipp Emanuel Bach aveva pubblicato giusto un centinaio d'anni prima.
Bach era stato il grande esponente dello stile empfindsam (sentimentale) che aveva avuto la sua culla nella Germania del nord e ad Amburgo, dove il figlio di Johann Sebastian aveva trascorso gli ultimi vent'anni della vita. A questo mondo torna l'amburghese Brahms, da trent'anni trapiantato nel sud di Vienna, per farlo rivivere nel momento in cui il pianoforte come privato confidente è ormai incamminato verso l'estinzione.
Il più arcaicizzante dei Sei Pezzi dell'op. 118 è il n. 5, Romanza, brano bitematico a variazioni, la cui sonorità rievoca il clavicembalo con la sua delicatezza di suono ed i suoi registri. Ma anche nella Ballata compare un mondo arcaico, protoromantico più che romantico, ben lontano non solo da quello delle ballate di Chopin e di Liszt, ma persino delle giovanili Ballate op. 10 dello stesso Brahms.
Un momento, un lampo del Brahms della Ballata op. 10 n. 3 ricompare nell'Intermezzo in fa minore, n. 5, e verso l'intimismo più sognante di Schumann ritorna l'Intermezzo in la maggiore n. 2.
Gli altri due Intermezzi, al primo e all'ultimo posto, danno un senso unitario, non semplicemente rievocativo e non regressivo, a tutta la raccolta. Luminoso, appassionato l'Intermezzo in la minore n. 1, che apre il viaggio nella memoria. E tragicamente desolato l'Intermezzo in mi bemolle minore, n. 6, nel quale l'eroismo beethoveniano è visto, nella parte centrale, in negativo, come aspirazione ideale distrutta dalla storia.
È certamente un segno dei tempi che Beethoven, deluso nei suoi sogni di palingenesi, non rinunciasse a dare ad essi, al termine della vita, la forma della visione profetica e lasciasse abbozzata, morendo, una decima Sinfonia. Al termine del secolo Brahms guarda invece in faccia il fallimento storico dell'intellighenzia, e della composizione fa un'attività disinteressata, un hobby delle vacanze. Senza però concludere che "Tutto nel mondo è burla", ma esprimendo, con dolcezza e con pudore, il rimpianto e insieme l'angoscia. Da vero artista che non sopravvive ma che coglie il giungere di tempi nuovi.
Piero Rattalino