Nell'estate del 1868 Brahms (all'indomani della fama che l'esecuzione del Requiem tedesco nel duomo di Brema gli aveva dato in tutta la Germania), assieme a due amici era andato a visitare le fortificazioni del porto di Wilhelms-hafen vicino a Brema; ma dopo poco si apparta per scrivere qualche appunto su un foglio di musica e quindi si avvia spedito verso casa per darsi alla composizione dello Schicksalslied di Hölderlin che aveva letto di buon mattino prima della gita.
Ma ad una ispirazione così prepotente seguono presto dei dubbi, dubbi di natura schiettamente artistica, sul tono giusto da dare alla composizione; e dopo la spinta iniziale il lavoro si arresta e quasi rischia di rimanere interrotto; si sovrappone una nuova composizione, la Rapsodia per contralto op. 53, e poi arriva la ventata patriottica del 1870 e un altro lavoro si fa largo, il Triumphlied op. 55; a questo punto Brahms ritorna al "Canto del destino di Iperione", ma s'inceppa ancora sul finale: una poesia che alla fine resta aperta sulla parola "hinab" deve essere abitata da una musica che deve definirsi secondo le sue meno agili leggi strutturali; alla fine del maggio 1871 Brahms risolve il problema dopo vari tentativi; ma resta incerto anche dopo: «ho detto qualcosa che nella poesia non c'è»; e il particolare coinvolge tutta la poesia e la composizione musicale nel loro insieme reciproco; parla di «Experiment», vorrebbe un'esecuzione in piccole sale per cerchie ristrette.
La luce olimpica in cui sono immerse le due prime strofe pervade le battute sinfoniche introduttive; c'è una ampiezza di fraseggio e una semplicità di funzioni armoniche che sembra ispirarsi alla «nobile semplicità e quieta grandiosità» del canone classico di Winckelmann; l'uso nel coro di venerande armonie rinascimentali accentua la distanza storica, aulica, degli dei celesti superiori al destino. Per la terza strofa, con il quadro drammatico del destino umano, Brahms mette sulla bilancia tutto il peso della terribilità corale e sinfonica; il riferimento al sesto brano del Requiem tedesco, con l'immagine del Gran Giorno, si fa sentire, e le note acute sulle quali il coro si avventa ("Blindlings/Jahrlang") inducono una emissione naturalistica prossima al grido. Poi tutto si ricompone in quel "Nachspiel des Orchesters", come Brahms aveva voluto chiamarlo alla prima esecuzione (a Karlsruhe nell'ottobre 1871) per distinguerlo bene dal resto. Aveva anche provato a fare ripetere al coro le parole dell'inizio, ma la cosa sapeva di falso; e alla fine aveva lasciato l'orchestra sola a parlare, aprendo la porta a una quantità di interrogativi: cosa ha voluto dire il musicista ritornando al tema dell'esordio? L'uomo guarda il cielo e lo trova vuoto? O è il cielo che guarda l'uomo facendosi riconoscere come speranza? Ogni ascoltatore, essendo toccato in quanto ha di più suo, avrà la sua risposta; ma intanto non dimentichiamo che il "Nachspiel", con il suo senso di uscita dagli strati inferi, traduce in qualche modo l'estasi panteistica in cui respira l'Iperione di Hölderlin; basta sfogliare e frasi del genere si fanno avanti in gran copia: «essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il ciclo dell'uomo. Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura».
Giorgio Pestelli
| Schicksalslied | Canto del destino |
| Ihr wandelt droben im Licht Auf weichem Boden, selige Genien! Glänzende Götterlüfte Rühren euch leicht, Wie die Finger der Künstlerin Heilige Saiten. Schicksallos, wie der schlafende Säugling, atmen die Himmlischen. Keusch bewahrt In bescheidener Knospe, Blühet ewig Ihnen der Geist. Und die seligen Augen Blicken in stiller Ewiger Klarheit. Doch uns ist gegeben, Auf keiner Stätte zu ruhn. Es schwinden, es fallen Die leidenden Menschen Blindlings von einer Stunde zur andern, Wie Wasser von Klippe Zu Klippe geworfen, Jahrlang ins Ungewisse hinab. |
Voi errate trasvolando nella luce su morbidi cammini, o geni celesti! Deliziosi elise! vi sfiorano leggermente come le dita dell'artista toccano le corde. Senza destino, come il dormiente neonato, alitano le creature celesti. Castamente custodito come gemma discreta, fiorisce eterno il loro spirito. E gli occhi beati guardano in tranquilla eterna chiarezza. Pertanto a noi è dato di non riposare in alcun luogo. Svaniscono, cadono i poveri uomini, alla cieca, da un'ora all'altra come l'acqua da un masso all'altro precipitato in fondo all'ignoto. |
| Friedrich Hölderlin | traduzione di Luigi Bellingardi |