Per la gloria d’adorarvi

Aria di Ernesto nell’opera Griselda

Musica: Giovanni Bononcini (1670 - 1747)
Testo: Paolo Antonio Rolli
Organico: soprano, basso continuo
Composizione: 1721
Guida all'ascolto (nota 1)

Per la gloria d'adorarvi, Tre giorni son che Nina e En butte aux fureurs de l'orage fanno parte di tre opere alla loro epoca famose, che poi hanno subito la comune sorte di un oblio durato oltre due secoli, come la quasi totalità delle innumerevoli opere che videro la luce nel Settecento, perché nel Diciannovesimo secolo e ancora per buona parte del Ventesimo facevano sporadiche apparizioni sui palcoscenici soltanto alcuni titoli di Gluck e Mozart, mentre pressoché nulla degli altri autori sopravvisse. Uno dei periodi più splendidi - forse il più splendido - dell'opera italiana fu non soltanto messo da parte ma anche bollato con giudizi oltraggiosi, formulati senza nemmeno prendersi la briga di andare a sfogliare le partiture che s'impolveravano negli archivi. Le opere precedenti la "riforma" di Gluck venivano dipinte come una vetrina per la vanità dei virtuosi, che badavano solo a "far pompa dell'agilità della [loro] bella voce" e che avevano introdotto "tutti quegli abusi che [...] sfiguravano l'opera italiana, e del più pomposo e più bello di tutti gli spettacoli ne fanno il più ridicolo e il più noioso". Erano pregiudizi molto antichi, se già Gluck si esprimeva con tali parole nella dedica dell'Alceste (1767), e difficili da estirpare, se solamente negli ultimi decenni si è avviato un sistematico recupero delle opere pregluckiane, che ha riportato alla luce gran parte della produzione teatrale di Händel e Vivaldi ma per altri aspetti è ancora agli inizi e ha appena cominciato a esplorare musicisti tra i più ammirati della loro epoca, quali Scarlatti, Vinci, Porpora e tanti altri, tra cui Bononcini, Ciampi e Piccinni.

Eppure un nebuloso ricordo dello splendore del passato perdurava in qualche modo anche nell'Ottocento. Non è il caso di dare troppa importanza a qualche laudator temporis acti, che tirava in ballo le vecchie glorie della scuola italiana soltanto per recriminare le degenerazioni moderne - rappresentate magari da Rossini! - ma non si può trascurare il fatto che alcune arie operistiche del Settecento, prescelte per la loro melodiosità e trasformate in arie da camera con accompagnamento di pianoforte, trovarono una seconda vita nei salotti ottocenteschi: una destinazione che può apparire trascurabile soltanto se si ignora che ogni sera nell'intera Europa si faceva musica in migliaia di case aristocratiche e borghesi, davanti ad un pubblico più ampio e anche più attento di quello dei teatri. Tale sopravvivenza doveva spesso pagare il pegno di una radicale trasformazione della versione originale: la melodia veniva "spianata" e resa più sentimentale, l'accompagnamento era arricchito di più dense armonie ottocentesche e la forma veniva semplificata, perché le lunghe ripetizioni dell'aria col "da capo" non erano più gradite. Un notissimo esempio di tale pratica sono i tre volumi di Arie antiche pubblicati nel 1890 da Antonio Parisotti, che offrivano una scelta di arie settecentesche più o meno rimaneggiate e proposte come modello dello stile vocale classico.

Nella sua raccolta Parisotti incluse Per la gloria d'adorarvi, tratta dalla Griselda di Giovanni Bononcini, un'opera rappresentata al King's Theatre di Londra nel carnevale del 1722 con grande successo, di cui sono testimonianza le molte repliche nei mesi successivi, la ripresa nel 1733 da parte della compagnia di Händel e la pubblicazione a stampa della partitura, allora assolutamente eccezionale. Il brano che incontrò maggior favore fu l'aria di Ernesto Per la gloria d'adorarvi, che originariamente era cantata da un castrato nel registro di soprano, ma di cui poi si sono impadroniti i tenori. La melodia si distende ampiamente, articolata in frasi chiare e perfettamente equilibrate, l'espressione è tenera e delicata; l'ornamentazione sobria ed elegante non è una superfetazione ampollosa ma ha valore espressivo: tutto ciò fa di quest'aria un esempio tra i più perfetti di quell'arte del canto di cui soltanto gli italiani conoscevano il segreto e che per più di due secoli sedusse l'intera Europa.

Mauro Mariani

Testo

Per la gloria d'adorarvi
per soprano e basso continuo

Aria - (fa maggiore)
Per la gloria d'adorarvi
Voglio amarvi o luci care;
Per la gloria ecc.
Amando penerò,
Ma sempre v'amerò,
Sì, sì, nel mio penare;
Amando penerò ecc.
Penerò, v'amerò
Luci care.

Senza speme di diletto
Vano affetto
È sospirare,
Senza speme ecc.,
Ma i vostri dolci rai
Chi vagheggiar può mai,
E non, e non, v'amare?
Ma i vostri ecc.
Penerò, v'amerò ecc.

(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 24 maggio 2012

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Ultimo aggiornamento 8 luglio 2021