Figlio naturale di un principe georgiano, Borodin cominciò ad apprendere le prime nozioni musicali all'età di otto anni, quando la madre gli regalò un flauto che imparò, a suonare da solo. Successivamente non mancò di dedicare alla musica una buona parte del suo tempo, pur frequentando tra il 1850 e il 1856 l'Accademia di medicina, da cui uscì diplomato per essere subito assunto all'ospedale dell'esercito territoriale di Pietroburgo. Troppo emotivo per esercitare con profitto la professione del medico, Borodin abbandonò l'ospedale e passò alla cattedra di chimica dell'Accademia militare, un'attività alla quale si dedicò per tutta la vita con passione e rigore professionale. Ebbe occasione di incontrare Musorgskij, che gli rivelò la musica di Schumann, gli fece conoscere Balakirev, personaggio importante nella vita artistica della Pietroburgo di metà Ottocento, e gli trasmise gli entusiasmi del "nuovo corso" della musica russa, invitandolo inoltre a studiare l'opera di Glinka, considerato il padre e il fondatore del movimento nazionalistico russo con la sua celebre partitura Una vita per lo zar.
Borodin seguì i consigli di Musorgskij e compose qualche pezzo da camera e la Prima sinfonia in mi bemolle, che gli costò cinque anni di fatica (1862-'67) e gli procurò grande successo nell'esecuzione diretta da Balakirev il 16 gennaio 1869 a Pietroburgo, in uno dei concerti organizzati dalla "Società Musicale Russa". In seguito Borodin scrisse altre due sinfonie, il poema sinfonico Nelle steppe dell'Asia centrale, così carico di malinconia nella sua ripetitiva cantilena melodica, e per ben diciassette anni, tra il 1869 e il 1887, si dedicò all'elaborazione del Principe Igor, considerato il capolavoro teatrale del musicista per la ricchezza e la varietà dell'invenzione tematica e soprattutto per la grandiosità dei cori, di schietta intonazione popolare russa, e la magnificenza della tavolozza orchestrale. La scelta popolaresca di questo artista è presente anche nella sua produzione strumentale da camera, comprendente due Trii per archi e uno con pianoforte, due Quartetti per archi, in re maggiore e in re minore, un Quintetto con pianoforte, un Sestetto, oltre a diversi pezzi per flauto, violoncello con pianoforte e per pianoforte solo. Dei due Quartetti il migliore per freschezza e naturalezza di espressione è quello in re maggiore, in programma stasera, la cui composizione risale agli anni tra il 1881 e il 1885. Anche se ispirato ai modelli beethoveniani, il Quartetto risente dell'atmosfera e del gusto della canzone russa, sin dal primo movimento con quel tono cantabile che rimbalza dal violino al violoncello e assume colori e accenti di morbidi impasti melodici, secondo le preferenze estetiche indicate già da Glinka. Spigliato e leggero nel suo andamento danzante si presenta lo Scherzo del secondo tempo, in cui varie sonorità strumentali si amalgamano in un piacevole insieme di effetti. Certo, la pagina più efficace e celebrata del Quartetto è lo struggente Notturno del terzo tempo: in esso si esprime in modo completo la sensibilità romantica del musicista, che si rivela un compositore di razza nella capacità a saper cogliere le intime vibrazioni del sentimento umano. Chiara, lineare e suadente è la linea melodica, realizzata con finezza di scrittura dal gioco delle armonie degli archi. Nell'ultimo tempo, dopo un momento di pensosa riflessione, il discorso sonoro riacquista festosità e felicità di espressione, secondo quella predilezione per la forma netta e precisa, come ebbe a confessare ad un suo amico il compositore pietroburghese.