La Sonata n. 1 - destinata da Beethoven ai suoi allievi e pertanto impostata con intenzioni prevalentemente didattiche - va situata tra le «burrasche espressive» della Sonata Op. 10 e della «Patetica» Op. 13; nel nostro caso però, poco traspare della sofferta ricerca compositiva di questo particolare periodo. Lo stile è quello che abbiamo conosciuto nell'esuberante giovinezza creativa di Beethoven e risente ancora degli antichi modelli, superati in opere sperimentali di altra tempra quale appunto la «Patetica». Fra i nomi più citati dalla critica a proposito della presente Sonata, quelli di Carl Philipp Emanuel Bach e di Franz Joseph Haydn: la struttura formale (in due soli movimenti) può essere letta come consapevole omaggio al «Bach milanese» mentre il tono di grazia gioviale, che non disdegna piccole intemperanze rustiche, non può che suggerire l'impronta del grande maestro austriaco.
La Sonata si apre - esempio abbastanza raro - con un Andante, in realtà costruito sulla forma-sonata propria di un Allegro d'apertura: riconosciamo infatti i due classici temi ben distinti (il primo di nobile serenità, d'indubbia ascendenza mozartiana, il secondo di maggior incisività), lo sviluppo di prammatica (per quanto stringato) e la tipica Coda (anch'essa contratta). Pure il Rondò presenta la struttura tradizionale, quella tripartita, con la caratteristica alternanza di «couplets» e ritornelli (lo stacco accenna in modo curioso all'ultimo tempo del Concerto per violino Op. 61). Con il suo tono vivace, con l'alternanza disinvolta di maggiore e minore (che evoca a tratti un inconfondibile sapore di turcheria), con il carattere volutamente «sans souci», questo Finale sembra voler neutralizzare le ombre «patetiche» che l'Andante poteva aver proiettato sulla pagina.