Il gruppo di Ariette Op. 82, decisamente insolite nella produzione beethoveniana, nasce tra il 1795 e il 1796 (ancora una volta notevole la discrepanza tra data di composizione e numero di catalogo, evidentemente dovuta alla tarda pubblicazione dell'opera). Le Ariette vanno dunque collocate - questo è importante sotto il profilo della connessione musicale - accanto al Lied «Adelaide» Op. 46, ai sei Lieder Op. 48 e a un ricco gruppo di pagine vocali minori, non rientrate nel catalogo ufficiale e collocate nel catalogo WoO (dal WoO 121 al WoO 124). I testi appartengono a Pietro Metastasio, ad esclusione del primo non rintracciato nelle opere del poeta (probabilmente frutto di un rimaneggiamento di qualche «orecchiante d'italiano», se non addirittura di Beethoven stesso). Il quarto - base letteraria per due differenti versioni musicali - fu infatti desunto dall'«Adriano in Siria»; l'ultimo da «La pace fra Virtù e Bellezza», un'opera rappresentata a Vienna nel 1738 con musica di L.A. Predieri, per festeggiare l'onomastico di Maria Teresa (a quei tempi arciduchessa, poi Imperatrice).
Quanto alle versioni musicali, esse dimostrano la versatilità dell'ispirazione beethoveniana e soprattutto - nonostante l'opinione diffusa - la sua buona disposizione nei confronti dello spirito teatrale. Evidentemente il compositore voleva «farsi la mano» occupandosi di ariette all'italiana (sono una trentina gli esperimenti di questo tipo); fra tutti però, solo queste quattro furono ritenute meritevoli di pubblicazione e di un numero di catalogazione ufficiale.
Una parte della critica, capitanata da Bortolotto, pur riscattandone la brillante e spiritosa scrittura pianistica, accusa le pagine di essere contagiate dalla scleroltizzata vocalità settecentesca; altri critici (Liuzzi prima, poi Carli Ballola)) insistono, con ben altra sottigliezza, sull'«italianismo immaginario» che connota le composizioni beethoveniane di tal genere. Contrariamemte a quanto era avvenuto con Hasse, Gluck e Mozart, il ricorso a Metastasio e agli stilemi della poesia italiana denuncia infatti un atteggiamento di «esotismo stilistico e spirituale» che non può essere sottovalutato. L'esasperato italianismo che caratterizza le canzonette, cosi vistosamiente esibito, aveva intrigato l'acuta intelligenza di Beethoven: a un esame più attento, ci rendiamo conto che egli l'aveva scoperto, e l'aveva rappresenuato con una delicata irrisione, propria di chi se ne distacca ma, prima, ne carica le formule, i ritmi, gli accenti per mettere a nudo i meccanissmi nascosti.