Piazza d’un villaggio.
L’azione è ambientata in un villaggio alpino
della Svizzera in un’epoca imprecisata. Da un
lato l’osteria di Lisa, dall’altro il mulino di
Teresa. Si festeggiano le nozze imminenti di
Elvino, ricco possidente, con Amina, orfana
adottata da Teresa (introduzione: «Viva Amina!»).
Solo Lisa non ha pace: anche lei è innamorata
di Elvino («Tutto è gioia»); rifiuta
perciò l’amore che Alessio nutre nei suoi
confronti. Tutti cantano una canzone in onore
di Amina (stretta dell’introduzione: «In Elvezia
non v’ha rosa»). Attendendo lo sposo,
Amina risponde felice agli amici del villaggio
(cavatina: «Come per me sereno»). Dopo il
notaio, giunge finalmente Elvino che dà la fede
ad Amina («Prendi: l’anel ti dono»). L’idillio
è interrotto dall’arrivo di una carrozza
con il conte Rodolfo. Figlio del defunto signore
del villaggio, quest’ultimo torna dopo
molti anni di assenza, ma non viene riconosciuto
subito dai paesani («Vi ravviso, o luoghi
ameni»). Vorrebbe continuare il suo viaggio
verso il castello, ma tutti lo mettono in
guardia: è l’imbrunire e nei paraggi si aggira
un «tremendo fantasma» (coro: «A fosco cielo,
a notte bruna»).Il conte, divertito da quella
superstiziosa credulità, decide di prendere
dimora nella locanda di Lisa, e rivolge i suoi
complimenti alla giovane sposa, suscitando la
gelosia di Elvino (duetto: «Son geloso del zefiro
errante»).
Stanza nell’osteria.
Nella locanda il conte Rodolfo fa la corte a
Lisa, che sembra ben disposta; sopraggiunge
in quel mentre Amina, addormentata, biancovestita,
che ripete il nome dello sposo e immagina
estaticamente la festa di nozze prevista
per l’indomani («Oh come lieto è il popolo»);
quindi si corica sul divano. Lisa si nasconde
e Rodolfo, che in un primo tempo
vorrebbe approfittare della situazione, esce
di scena turbato e commosso. Ma ecco che
entra la folla dei paesani, venuti a rallegrarsi
col conte, del quale hanno nel frattempo scoperto
l’identità («Osservate. L’uscio è aperto»).
Arriva anche Elvino sconvolto e incredulo
(«È menzogna»). Tutti in tal modo vedono
Amina, addormentata, nella camera di
Rodolfo. Svegliatasi, la giovane cerca di giustificarsi
e protesta la propria innocenza, ma
nessuno le crede (concertato: «D’un pensiero
e d’un accento»). Elvino, furente, la ripudia
(stretta: «Non più nozze»).
Ombrosa valletta fra il villaggio e il castello.
I paesani, pentiti di avere inveito contro
Amina, ma non convinti della sua innocenza,
si recano dal conte per avere spiegazioni (coro:
«Qui la selva è più folta ed ombrosa»).Intanto
Amina,accompagnata da Teresa, incontra
Elvino «solitario e pensoso». Egli vaga
senza meta e si capisce che è ancora innamorato
di Amina («Tutto è sciolto»). Torna il coro
dei paesani che riferisce quanto ascoltato
dalla bocca del conte: «ella è onesta». Ma Elvino
non recede (cabaletta: «Ah! perché non
posso odiarti»).
Villaggio. In fondo al teatro si scorge il mulino
di Teresa: un torrente ne fa girare la ruota.
Presso il mulino di Teresa, Lisa, approfittando
della situazione creatasi, sta per sposare
Elvino, che ha accettato il matrimonio nonostante
le reiterate assicurazioni del conte sull’innocenza
di Amina. Il villaggio è di nuovo
in festa («A rallegrarci con te veniamo»), ma
Teresa accusa Lisa di aver commesso ciò che
tutti rimproverano ad Amina, dichiarando di
aver trovato il suo fazzoletto nella camera di
Rodolfo; Elvino è ingelosito e incollerito:
«Lisa mendace anch’essa!». D’improvviso sul
cornicione del tetto di casa appare Amina,
addormentata, confermando così quanto detto
poco prima dal conte a proposito dei sonnambuli.
La giovane orfana,sempre dormendo,
canta il suo amore per Elvino e piange sul
mazzetto di fiori ormai appassiti che lo sposo
le aveva donato all’inizio dell’opera («Ah!
non credea mirarti»). Quest’ultimo, ricreduto
e pentito, la prende fra le sue braccia. Amina
si sveglia, la festa ricomincia e si preparano
finalmente le nozze.
Andata in scena per la prima volta il 6 marzo 1831 al Teatro Carcano di Milano, La sonnambula di Vincenzo Bellini nacque in circostanze eccezionali e davvero irripetibili. Un nuovo pool imprenditoriale milanese, senza badare a spese, programmò una stagione stellare: la compagnia prevedeva due “divini” del calibro di Giuditta Pasta (soprano) e Giovan Battista Rubini (tenore); tra i titoli proposti, si contavano ben due opere nuove da commissionarsi agli astri emergenti del melodramma italiano: Donizetti e Bellini. Felice Romani, il più celebrato librettista del tempo, avrebbe fornito un testo a entrambi. Naturalmente, l’operazione per certi versi sfruttava e per altri eccitava la rivalità dei due compositori. Fu così che Donizetti, per primo, presentò (26 dicembre 1830) l’Anna Bolena: Bellini rispose due mesi dopo con La sonnambula. In un primo tempo egli aveva con Felice Romani pensato a un Ernani (da Victor Hugo), ma poi abbandonò il progetto benché fosse già a uno stato avanzato di elaborazione. Forse per paura della censura. Forse per non misurarsi con Donizetti nello stesso genere, storico-tragico, dell’Anna Bolena. Ma va pure sottolineato che, anche se in una diversa cornice, con La sonnambula Bellini accetta la sfida e pone al centro della sua opera un tema che già Donizetti aveva trattato nell’Anna Bolena e che egli stesso aveva introdotto, sempre in chiave storico-tragica, nel Pirata (1827): quello dell’alterazione psichica del personaggio femminile. In questo senso, follia e sonnambulismo risultano perfettamente sinonimi.
Il soggetto venne tolto da un ballet-pantomime di Eugène Scribe, La somnambule ou l’arrivée d’un nouveau seigneur, e una traccia/sopravvivenza di questo ascendente mimico-pantomimico si ha nell’ultima scena, forse la scena-clou dell’opera, quando «vedesi Amina uscire da una finestra del mulino: ella passeggia, dormendo, sull’orlo del tetto: sotto di lei la ruota del mulino, che gira velocemente, minaccia di frangerla se pone il piede in fallo». La pantomima raggiunge poi il suo culmine con l’esclamazione di spavento del coro, seguita da una lunga pausa, nel momento stesso in cui «si spezza la trave sotto il piede di Amina». Questo per dire che La sonnambula non è solo melodia astratta, priva di dramma, secondo un’immagine quasi mitica che vuole fare di Bellini l’emblema stesso della commozione lirico-sentimentale; un lirismo che fece piangere tra gli altri Chopin ma che non esaurisce il senso complessivo della drammaturgia musicale belliniana. Sotto l’apparenza arcadico-pastorale, a tratti un po’ stucchevole, vive un vero dramma: quello dell’interiorità sognatrice di Amina che l’ottusità dei compaesani e la superficialità emotiva di Elvino rischiano di cancellare o di relegare/censurare nella dimensione “parallela” dell’alterazione psichica. Nella sonorizzazione del disagio interiore di Amina, Bellini si rivela un compositore d’opera di grandissimo spessore drammatico.
La sonnambula ottenne, come si sa, uno strepitoso successo internazionale (ancora prima di essere ripresa, l’anno seguente, a Firenze, essa fu rappresentata a Parigi e a Londra). Come scrisse il recensore dell’Eco: «il trasformare la maestà di Semiramide e la sensibilità profonda dell’Anna Bolena nelle semplici ed ingenue grazie d’una giovane contadinella, in modo sì mirabile, era impresa riserbata a Madama Pasta». La sonnambula celebrò dunque il trionfo della “divina” Giuditta Pasta, per la quale Bellini avrebbe composto l’anno dopo, sempre a Milano, questa volta per il Teatro alla Scala, il ruolo di Norma.
Emilio Sala