L'op. 96 è la decima e ultima delle Sonate per violino e pianoforte di Beethoven. Interrotta dopo il primo tempo nel 1810, fu portata a termine nel 1812 e il 20 dicembre di quell'anno se n'ebbe la prima esecuzione in casa del principe Lobkowitz, interpreti l'Arciduca Rodolfo e il violinista francese Rode, la presenza del quale a Vienna si vuole sollecitasse Beethoven a finire più rapidamente il lavoro. Le doti di questo, uno dei più celebrati concertisti dell'epoca, sembrano inoltre trasparire dalla tecnica ad alto livello richiesta specie dal quarto tempo. Mentre del nessun sacrificio che ne venne alla supremazia degli interessi d'ordine compositivo attestano i tratti che distinguono la decima Sonata.
Più ampia delle precedenti, lontana dalla Stimmung drammatica della Sonata a Kreutzer, essa s'avvicina piuttosto sotto il punto di vista formale all'ideale di unità perseguito dal pressoché contemporaneo Quartetto Op. 95. Salvo a differenziarsi anche da questo a causa del carattere di un'ariosa serenità senza nubi. Tanto compiutamente espresso da indurre D'Indy a collocare l'op. 96 nel novero degli esempi di quel che potè l'amore della natura nella cosiddetta seconda maniera di Beethoven. E quindi, ad istituire un parallelo con la Sinfonia Pastorale.
Già nell'Allegro moderato la dialettica del primo tempo di sonata non ha il rilievo consueto; sfumandone i termini, le idee si concatenano l'una all'altra nello svolgersi di un discorso disteso, confidente, che appena increspa l'eco di motivi marziali. A sua volta l'Adagio espressivo in forma di Lied, intriso di melodia, traduce il tempo d'abitudine consacrato alle gravi meditazioni nel quadro di un idillio agreste. Indi, a simiglianza appunto della VI Sinfonia, l'Adagio si salda immediatamente allo Scherzo, Presto, mediante l'irrompere di vividi ritmi, alquanto rudi nella prima parte del tempo, illeggiadriti e quasi cittadini lungo il Trio. Ma nessuna tempesta interviene qui a fugarli. Il Poco Allegretto finale può quindi prescindere dall'atto di gratitudine e invece prolungare l'assaporamento della situazione felice, prendendo norma dal tema che l'enuclea per il carattere spigliato delle variazioni successive, e contrastatarvi soltanto con un episodio Adagio dalla quieta dolcezza. Poi, conclusa questa parentesi, il ritorno al tempo 1° vede il tema stimolare nuovamente il brioso incalzare delle ultime tre variazioni.
Emilia Zanetti