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Sonata per
pianoforte n. 3
in do maggiore, opera 2 n. 3
Musica: Ludwig van Beethoven
Composizione: 1794 - 1795 Edizione: Artaria, Vienna, 1796 Dedica: Franz Joseph Haydn Guida
all'ascolto (nota
1)
La terza delle Sonate op. 2 (che Beethoven portò alla stesura definitiva tra il 1794 e il 1795, ma che risalgono addirittura agli anni di Bonn negli abbozzi di taluni movimenti) compendia, nell'equilibrio qualitativo e nell'unitarietà stilistica dei suoi quattro tempi, i caratteri del linguaggio pianistico maturato dal compositore nel periodo dell'apprendistato viennese: che è dire il linguaggio in senso assoluto del primo Beethoven, dal momento che il pianoforte ne diviene il quasi esclusivo banco di prova, nell'esercizio quotidiano della pratica concertistica come negli esordi editoriali. L'op. 2 n. 3 è un'ambiziosa e imponente Sonata da concerto, verosimilmente concepita come cavallo di battaglia per le "accademie" (i recitals, diremmo oggi) del giovane virtuoso renano. Per tacere della scrittura pianistica ostentatamente brillante che si avvale, soprattutto nei tempi estremi, di tutto il formulario già instaurato da Muzio Clementi nel proprio repertorio sonatistico (si pensi soprattutto alle op. 32 n. 3 e 34 n. 1 entrambe in do maggiore e quasi coeve dell'op. 2 beethoveniana), elemento rivelatore della destinazione "pubblica" del lavoro sono le due cadenze contenute nel primo e nel quarto tempo: particolare tipico del concerto, ma infrequente nella sonata da camera. D'inconfondibile matrice clementina sono pure, sempre nei tempi estremi, i passi in ottave e seste spezzate, le scale di terze e seste parallele nonché la cellula caratterizzatrice del tema fondamentale del primo Allegro, basato ancora su quelle terze parallele, le quali, al dire di Mozart, erano una "specialità" del maestro anglo-romano. All'euforica estroversione del concertista che padroneggia con gioia quasi proterva le difficoltà della tastiera; al gusto, rivelatore dei nuovi tempi, per un virtuosismo che incanta ed ammalia le platee, si contrappone l'assoluta interiorità dell'Adagio, stupenda pagina turbata, nella parte centrale, dall'oscura inquietudine di una melodia sincopata e protesa nell'estrema zona acuta della tastiera. Dopo uno Scherzo giocato sull'effetto dell'entrata delle varie voci in serrate imitazioni, il luminoso Finale, con i suoi splendori timbrici e il suo slancio ritmico, è come l'epifania trionfale del do maggiore beethoveniano, che per la prima volta appare in tutta la sua ottimistica forza persuasiva. (1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 7 febbraio 1986 |
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Ultimo
aggiornamento 13 gennaio 2012
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