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Sonata per
pianoforte n. 11
in si bemolle maggiore, opera 22
Musica: Ludwig van Beethoven
Edizione: Hoffmeister, Lipsia 1802 Dedica: Conte von Browne-Camus Guida
all'ascolto 1 (nota
1)
Beethoven fu soprattutto e innanzitutto un grande pianista e nel corpus delle sue 138 composizioni numerate le trentadue sonate per pianoforte occupano una posizione importante per capire le caratteristiche dell'artista. Esaminando questa formidabile costruzione di suoni costituita dalle sonate pianistiche, e in base anche ad alcune testimonianze dei contemporanei, è possibile rendersi conto di alcuni aspetti fondamentali della tecnica pianistica beethoveniana nell'ambito della forma della sonata classica, anche se sensibilmente modificata nella sua struttura architettonica. Ciò che colpisce subito del suo pianismo è la grandiosità e robustezza di suono, quale non si era avvertita prima in altri autori, a cominciare da Haydn e Mozart. Poi va messa in evidenza la dialettica fra il piano e il forte in una stretta connessione di schiarite melodiche e di impennate ritmiche, insieme alla tensione espressiva raggiunta attraverso lo studio attento della frase nel cantabile e nel legato e infine l'uso originale del pedale di risonanza, così da raggiungere spesso effetti di straordinaria purezza psicologica nel gioco dinamico delle sonorità. Ad esempio, proprio sull'uso del pedale di risonanza si possono citare alcuni esempi significativi. Il primo movimento della Sonata "Al chiaro di luna" reca questa semplice indicazione: «Si deve suonare questo pezzo delicatissimamente e senza sordino», cioè con il pedale di risonanza abbassato per imprimere all'Adagio sostenuto un particolare timbro su cui si staccano i vari accenti del tema. E ancora. Nella Sonata op. 31 n. 2, il primo Allegro è spezzato tre volte da un episodio in tempo Largo: sull'ultimo si ascoltano due recitativi di sei battute, per i quali l'autore indica che il pedale di risonanza deve restare abbassato. L'effetto è quanto mai poetico, in quanto dal recitativo si sprigiona un suono proveniente da molto lontano. Ma al di là di queste considerazioni resta il
fatto che nelle sonate pianistiche Beethoven è riuscito ad
imprimere una ricchezza di fantasia e una varietà di temi da
superare a volte i confini della semplice espressione strumentale,
quasi a risvegliare un mondo di sentimenti e di passioni sconosciuto
prima di lui. In tale contesto dire sino a che punto Beethoven sia un
compositore - e nella fattispecie un pianista - classico o romantico
non è una questione rilevante, perché nei
trentadue
poemi per la tastiera ci possono essere anche i richiami alla scuola di
Mannheim e agli esempi di Bach, di Haydn, di Mozart e di Clementi, ma
quello che conta è lo stile e la qualità
dell'invenzione creatrice in cui si configura un modo nuovo di
costruire e concepire la musica, in cui ogni idea melodica e ogni
energia ritmica è dominata da un pensiero coordinatore e
regolatore verso una più alta concezione spirituale. Sotto
il profilo filologico e strutturale, va osservato che tredici sonate
sono in quattro tempi, fra i quali l'Adagio può mancare (op. 31 n. 3) oppure
costituire una specie di introduzione al Finale (op. 27 n. 1 e op. 101). Altre
tredici sonate sono costruite in soli tre tempi; mancano del Minuetto o
dello Scherzo, due dell'Adagio e una (op. 27 n. 2)
addirittura del primo tempo in forma di sonata. Sei risultano
articolate in soli due tempi, cioè le due dell'op. 49, l'op. 54, l'op. 90 e l'op. 111, alle quali
si aggiunge la Sonata
in do, scritta nel 1791 e senza alcuna numerazione. Il che
vuol dire che le sonate riflettono una notevole varietà di
impostazione e di soluzione di problemi non soltanto tecnici e di
scelte linguistiche, la cui necessaria messa a punto è
indispensabile per capire la poliedrica personalità del
musicista rivolta ad una definizione dell'arte nel senso di una
più attenta analisi "dal di dentro" e oltre qualsiasi
schematismo formale. È vero che non tutte le sonate possono
essere collocate sullo stesso piano estetico per felicità
creativa, ma ciò non toglie che ognuna di esse offra lo
spunto per riflettere e rendersi conto del grandioso cammino compiuto
dal compositore in fatto di sviluppo stilistico e di maggiore e
più intima aderenza tra l'idea e la sua rappresentazione
musicale. * *
Al Beethoven brillante e di gusto virtuoslstico appartiene la Sonata in si bemolle maggiore op. 22. Essa fu scritta nel periodo 1799-1801 e pubblicata nel 1802 e si distingue per la sua spigliata e fresca musicalità, avvertibile sin dall'Allegro con brio costruito su un tema gioioso e ricco di piacevoli modulazioni. Particolarmente espressivo è l'Adagio del secondo tempo con quel canto delicatamente malinconico che sembra evocare una visione di sogno, qua e là interrotta da qualche voce dissonante che però non riesce ad incrinare l'equilibrata armonia dell'intero movimento. Il Minuetto si richiama al primo tempo e si snoda secondo un gioco sonoro di luci e ombre ingegnosamente distribuito con molta misura. Nel Rondò finale si respira un po' l'ultima eco dello stile rococò, elegante e grazioso, leggermentc segnato e irrobustito da un tema fugato. Ma l'atmosfera di fondo non viene affatto incrinata e deformata. (1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 27 febbraio 1987 |
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aggiornamento 19 gennaio 2012
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