Opera fra le meno eseguite, certo a causa dell'organico, il Quintetto in mi bemolle maggiore, op. 16, si ascrive sicuramente fra le riuscite splendide della prima maniera beethoveniana. Composto fra il 1796 e '98, eseguito per la prima volta in Vienna il 6 aprile 1797, in una serata a casa Schuppanzigh, il lavoro (dedicato al principe Schwarzenberg) tenta una replica, in chiave di ossequio, all'ammirabile Quintetto nella stessa tonalità (K.452), che segna un arrivo vertiginoso nella parabola mozartiana.
E' opera distesa e appagata nella sua irruenza inventiva: 'la felicità' - secondo Carli Ballola - consistendo 'proprio nella sua consapevole «convenzionalità», nel ricorso ingenuo e convinto a quel linguaggio che Beethoven aveva ereditato bell'e fatto dai suoi predecessori e che era comune retaggio alla civiltà musicale del suo tempo. Esiste, per ogni artista, un breve periodo di felice irresponsabilità stilistica, nel quale gli è ancora possibile d'esprimersi validamente mediante una sorta di koinè, prima che giunga, inesorabile, il dovere di una scelta. Il Quintetto op. 16, nella sua serenità senza nubi, nella sua tenera cantabilità, nell'euritmia delle sue architetture non ancora forzate dall'empito di inaudite ispirazioni, appartiene a questa beata «zona franca»'...
Ciò che l'esatto giudizio non dice, ma probabilmente sottintende, è il diverso grado in cui può manifestarsi quel dovere inesorabile. Chi ad esempio non lo sentisse mai, certo non diverrebbe compositore di quella statura, ma godrebbe dei non disprezzabili vantaggi dell'epigonismo: per fare nomi ottocenteschi, Hummel o Spohr: nel nostro secolo, Strauss.
Le zone franche possono occorrere anche in età adulta, in piena maturità stilistica: vi si rivelano allora sotterranee, segrete alleanze (nel senso in cui si parla di alleanza fra metalli): l'infantile e il tardo vi si riconoscono: così in certi spunti beethoveniani delle Bagatelle ultime e supreme.
Ma, quando la zona di abbandono è giovanile, si riveste, in un musicista di grande livello, di tutti gli ornamenti, dei fregi di cui può giovarsi una musica: succede come se le cariche energetiche che si negano momentaneamente alla ricerca, o allo scavo, si traducessero in festoni ilari, in una ininterrotta gioia del racconto, o dell'ordito musicale. La ricchezza di linfa si espande in serene volute: si potrebbe dire, di questo Quintetto, qualcosa di analogo a quanto già Weber osservò per l'Entführung mozartiana: ha il colore e la frenesia dei vent'anni: le opere seguenti saranno più perfette, ma non ritroveranno quel fremere del sangue. Seguendo i tre movimenti dell'opera, l'Allegro, ma non troppo preceduto dal puntato Grave (in cui una eco barocca si riverbera, ancora una volta), l'Andante cantabile con le deliziose fiorettature ritmiche del pianoforte, il Rondò di una sève quasi inesauribile, si prospetta, all'orecchio e alla mente dell'ascoltatore, quello che la musica sarebbe potuta anche essere, se non fossero poi giunte le 'inaudite ispirazioni'. E, infine, anche questi musicalissimi ritardi, sono capaci di indicare una soluzione utopica, anch'essa non attuatasi nella storia: permettono di intravvedere un altro paradiso perduto.
Mario Bortolotto