Il Quartetto op. 16 per pianoforte, violino, viola e violoncello è una versione elaborata dallo stesso Beethoven del Quintetto op. 16 per pianoforte, oboe, clarinetto, corno e fagotto, che fu composto tra il 1796 e il 1797 ed eseguito a Vienna il 6 aprile 1797 con l'autore al pianoforte, nel corso di un concerto tenuto dal violinista Ignaz Schuppanzig. Il Quintetto, dedicato al principe Joseph Schwarzenberg, fu pubblicato dall'editore Mollo di Vienna nel 1801 ed è più conosciuto del Quartetto op. 16, la cui data di nascita dovrebbe essere contemporanea a quella del Quintetto, del quale rispetta sostanzialmente la forma e la struttura, in sintonia spirituale con il Quartetto con pianoforte K. 452 del 1784 di Mozart, particolarmente prediletto da Beethoven per il suo ammirevole equilibrio melodico e ritmico.
Il Quartetto che viene eseguito stasera, allo stesso modo del Quintetto da cui deriva, racchiude lo stile del primo Beethoven, sensibile alle convenzioni della società viennese del tempo, e rivela una serenità senza nubi nella sua franca e aperta cantabilità, quale espressione di un estroverso ottimismo giovanile. Infatti i brani con accompagnamento del pianoforte, insieme ai sestetti, ai settimini e agli ottetti, avevano le caratteristiche della musica di intrattenimento e si rivolgevano ad un pubblico per così dire familiare e non pagante (i primi concerti a pagamento, i cosiddetti Dukaten-Konzerte, cominceranno a Vienna intorno al 1815). Per tale ragione questo tipo dì musica mirava al puro divertimento e non mostrava tra le sue pieghe un discorso troppo innovatore. Del resto, sia il Quintetto op. 16 che il Settimino op. 20, l'altro pregevole lavoro dello stesso periodo, aprirono a Beethoven le porte della società viennese intellettualmente brillante, che partecipava, alla vita dei salotti mondani e del teatro d'opera. Siamo ancora lontani dalle significative esperienze della sinfonia e delle robuste sonate per pianoforte, ma questo non vuol dire che in tali composizioni non ci sia già il segno della personalità di un artista che avrebbe riempito del suo nome la storia della musica.
Il primo tempo, Grave, del Quartetto, avviato da accordi contrappuntati del violino e del pianoforte, immersi in uno stato d'animo di fiduciosa attesa, sfocia in un piacevole e sorridente ritmo (Allegro ma non troppo), in cui gli strumenti si amalgamano fra di loro con naturalezza di espressione e in un'altalena tematica di felice inventiva. L'Andante tocca il momento lirico più puro e fantasioso della composizione: il pianoforte espone la frase principale e su di essa si snodano, come un albero fiorito, le variazioni degli archi, senza scadere nel facile sentimentalismo. Il Rondò è punteggiato da una vivacità e da una freschezza melodica molto gradevoli all'ascoltatore. Qui, più che altrove, Beethoven rievoca il paradiso perduto di una civiltà musicale al tramonto, quando l'artista era chiamato a divertire, con suoni spumeggianti e ariosi, una società aristocratica per censo ed educazione intellettuale, ben lontana dai problemi della sopravvivenza di tutti i giorni.