Glossario

Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 61

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Allegro ma non troppo
  2. Larghetto (sol maggiore)
  3. Rondò: Allegro
Organico: violino solista, flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni,  2 trombe, timpani, archi
Prima esecuzione: Vienna, Theater an der Wien, 23 Dicembre 1806
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1808
Dedica: Stephan von Breuning

Guida all'ascolto (nota 1)

Beethoven compose il suo unico Concerto per violino e orchestra in poche settimane nell'autunno del 1806: esso è, dunque, contemporaneo dei tre Quartetti op. 59 (i «Razumowsky») e della Quarta Sinfonia, op. 60. Fu un anno di serena produttività (uno dei pochi nella vita di Beethoven), che qualcuno attribuisce a una temporanea felicità della vita privata. Con spiegazioni biografiche e psicologiche l'esegesi dell'arte non va lontano, certo è che la buona disposizione alla vita e agli uomini di cui in quei mesi Beethoven seppe godere, si avvertono nella musica. E sorprendenti sono anche la prudenza e la pazienza con cui il difficile genio trattò il primo interprete del Concerto, Franz Clement, uno stravagante virtuoso allora molto acclamato. Forse per ingraziarselo, ma anche con ironia, Beethoven gli consegnò il manoscritto con una strana dedica in un bizzarro miscuglio linguistico: «concerto par clemenza pour Clement primo violino e direttore del teatro di Vienna». Accertatosi che nell'esibizione del 23 dicembre 1806 al Theater an der Wien Clement avrebbe eseguito la sua musica, Beethoven, come ho già detto, la stese in fretta, con buona lena e con ricca felicità di idee, non risparmiandosi neppure sul lavoro di stesura. Il primo tempo, infatti, è insolitamente esteso e, nell'insieme, questo Concerto è uno dei suoi lavori solistici più lunghi. In occasione della prima esecuzione Beethoven dovette tollerare uno dei tanti arbitri di Clement, il quale decise di suonare i primi due tempi nella prima parte, continuare la serata con un'esibizione virtuosistica e presentare infine il terzo tempo del Concerto di Beethoven. Fatta così a brani, si capisce che questa musica non piacque. Tuttavia anche in seguito essa circolò con stento e tra mille diffidenze, finché Vieuxtemps nel 1833 e poi Joachim, in piena età romantica, la portarono al successo che dura tuttora.

Il Concerto per violino, infatti, è una delle opere più amate di Beethoven e più ammirate dai pubblici di tutto il mondo. Alla generale preferenza contribuisce non poco il fascino che esercita il lirismo del violino, le espansioni cantabili, le suggestioni dei passi virtuosistici, che con nessuno strumento tanto impressionano quanto con il violino (non per nulla il violino è lo strumento preferito dal demonio).

È certo che il disegno ritmico che sentiamo dai timpani subito all'inizio del primo movimento, e che costituisce l'elemento unificante di tutto l'Allegro, sia stato la cellula generativa della creazione in Beethoven. Tra i tanti tratti originali di questo Concerto c'è il fatto che la prima battuta (una sola battuta) con i quattro colpi di timpano serve da introduzione a tutto il primo movimento e serve insieme da segnale tematico. Questo segnale è tra i primi appunti sparsi del lavoro, fissato come idea a sé, indipendentemente da funzioni armoniche e costruttive, che in seguito saranno ben decise ed evidenti. Tutto il materiale tematico è presentato dall'orchestra nella consueta dinamica dei contrasti di carattere (patetico, drammatico, combattivo) e poi è ripreso ed elaborato dal violino. Particolarmente efficace è il languore con cui, nello sviluppo, il violino trasforma il terzo tema, il più noto e il più cantabile.

Il Larghetto, sol maggiore, è in forma di Romanza su un tema unico, concepito con grazia meditativa e con una strumentazione trasparente, sulla quale il solista disegna le sue decorazioni.

Il Rondò è l'invenzione più vitale e robusta di tutto il Concerto. Pare che il tema principale del Rondò, cioè il ritornello, sia stato suggerito a Beethoven da Clement. Anche se è così, il musicista l'ha fatto suo con un estro e un umorismo che raramente si incontrano nelle altre sue opere strumentali. Notevole soprattutto la dislocazione ritmica del disegno, che Beethoven sfrutta fino alle ultime conseguenze, provocando alla fine, nel fortissimo antecedente le ultime battute, una specie di vertigine.

Franco Serpa


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 28 Maggio 2005, direttore Myung-Whun Chung, violino Gil Shaham
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Questo testo scritto da Terenzio Sacchi Lodispoto è di proprietà di © LA MUSICA FATTA IN CASA che ne autorizza l'uso, ed è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it