Nella ricca produzione cameristica di Bartók le composizioni riservate al violino non sono numerose ma assai significative per capire il temperamento creativo e lo stile di questo musicista che ha sentito più di tanti altri artisti del suo tempo l'evoluzione e il processo di aggiornamento del linguaggio musicale, senza tuttavia compiere un netto rifiuto della struttura armonica e tonale, cosi come fece Schönberg con la Scuola viennese. Per il violino egli scrisse rispettivamente nel 1921 e nel 1922 le due Sonate, di cui la seconda viene riproposta stasera, le due Rapsodie per violino e pianoforte (1928), il Concerto per violino e orchestra (1937-38) e la Sonata per violino solo (1944), dedicata a Yehudi Menuhin. In tutti questi lavori Bartók ha studiato in dettaglio ogni possibilità tecnica ed espressiva del violino, cercando di imprimere un discorso, per così dire, più libero e aperto e non strettamente legato ai canoni tradizionali. Naturalmente non manca il riferimento alla matrice folclorica della terra magiara (ciò si avverte in maniera evidente nelle due Sonate per violino e pianoforte), ma la melodia, il ritmo, la metrica puntano su una visione più astratta ed essenzializzata del pensiero musicale, quasi a non voler dimenticare l'esperienza espressionista della pantomima in un atto Il mandarino miracoloso, composta tra il 1918 e il 1919 e rappresentante uno dei punti fermi e più importanti della poetica bartókiana. Come è stato giustamente affermato, in questi pezzi per violino e pianoforte o violino e orchestra non c'è un dialogo serrato fra i due strumenti o, comunque, un rapporto dialettico, tanto è vero che un biografo ha annotato con una immagine brillante che il violino e il pianoforte appaiono come «due fratelli siamesi legati per il dorso: vivono dello stesso battito cardiaco, ma non sono in grado di vedersi». Il che significa che i due strumenti, ma soprattutto il violino, sono proiettati verso una più scavata tensione espressiva, al di là di certe regole che sinora governavano la scrittura di simili componimenti a due voci.
Le due Sonate per violino e pianoforte sono diverse
anche dal punto di vista formale. La prima è in tre tempi e
rispetta lo schema della sonata classica, pur nel carattere rapsodico
della musica, mentre la seconda è in due movimenti: il primo
(Molto moderato)
ha un tono pensoso e di riflessione, come un'introduzione al successivo
Allegretto,
da cui si sprigiona quella vitalità ritmica e molto vivace
armonicamente che resta la sigla creatrice tipica del musicista. Va
aggiunto che le due Sonate per violino e pianoforte furono dedicate
alla giovane Jelly d'Arànyi, nipote del celebre violinista
Joseph Joachim e anche lei violinista di grande talento. La
d'Arànyi suonò con successo i due pezzi a Londra
in due concerti nel 1922 e nel 1923 e Bartók
manifestò gratitudine e riconoscenza verso questa virtuosa
dell'archetto, apprezzata anche da illustri compositori dell'epoca.