È alla fine del 1940 che Bela Bartók lascia l'Ungheria per avviarsi all'esilio volontario negli Stati Uniti. «Questo viaggio è, in fin dei conti, un salto nell'incertezza da una certezza insopportabile», scrive il 14 ottobre all'amica svizzera Muller-Widmann. Non era solo il clima bellico a far allontanare il compositore, ma ancor più la ferma avversione verso le dittature europee e il loro fiancheggiamento da parte del governo ungherese. Due anni prima, dopo l'Anschluss dell'Austria al Reich, Bartók si era rivolto in termini crudi alla medesima amica: «Scrivere di questa catastrofe, io credo, è del tutto inutile. [...] C'è il reale pericolo che anche l'Ungheria si arrenda a questo regime di ladri e assassini. La domanda ora è: quando? come? E non è concepibile che io possa ancora vivere, ancora lavorare (il che è lo stesso) in un paese di questo tipo. Io avrei davvero l'obbligo di espatriare».
Questo dunque il clima degli ultimi anni ungheresi di Bartók, anni di intensa produttività, che vedono nascere, fra l'altro, la Sonata per due pianoforti e percussione, il Sesto Quartetto, il Secondo Concerto per violino e orchestra, nonché il Divertimento per orchestra d'archi: un gruppo di lavori che sommano, con grande maestria di scrittura, complessità costruttiva, ricerca timbrica, alte ambizioni concettuali.
In particolare il Divertimento per orchestra d'archi venne scritto nel corso di un periodo trascorso in Svizzera, a Saanen, presso Berna, nella residenza del direttore Paul Sacher, che fu il diretto committente del brano. Appena due settimane furono sufficienti per la stesura della partitura, dal 2 al 17 agosto 1939; e proprio Paul Sacher, con l'orchestra da camera di Basilea, doveva offrirne la prima esecuzione, l'11 giugno 1940, quattro mesi prima che Bartók abbandonasse definitivamente l'Ungheria.
In molte occasioni si è cercato di stabilire una correlazione fra il Divertimento per archi e le vicende biografiche di Bartók, individuando nella partitura una sorta di fuga ideale rispetto alla prospettiva dell'esilio, o invece un presentimento angoscioso di questo, soprattutto nel movimento centrale. In realtà il contenuto del Divertimento è segnato non già da queste connessioni extramusicali, ma piuttosto da quella tendenza purificatrice e in qualche modo neoclassica che ha progressivamente innervato la poetica di Bartók nel corso degli anni Trenta. Il termine neoclassicismo ha, in questo caso, un significato piuttosto specifico, per il richiamo palese a tecniche di scrittura barocche e classiche.
Lo stesso titolo di Divertimento si riallaccia alla prassi della musica di intrattenimento di Mozart e Haydn, con l'organico di soli archi; si aggiunga che la scrittura per archi segue il principio costruttivo proprio del Concerto grosso barocco, con la continua alternanza (soprattutto nei movimenti estremi) fra il ripieno dell'intera orchestra e il concertino formato dalle prime parti di ogni sezione. Il fascino di questa partitura risiede proprio nelle modalità secondo le quali Bartók riesce a coniugare questi criteri di scrittura con un materiale tematico costruito secondo i principi del canto popolare, ungherese e non; ma anche nella trasparenza del tessuto degli archi e nei procedimenti di inversione e combinazione delle idee musicali.
Ecco dunque che nell'Allegro con troppo iniziale viene in secondo piano la costruzione secondo lo schema della forma-sonata classica, e la contrapposizione dei vari temi, e si impongono invece allri fattori, come la nitida contrapposizione fra soli e tutti, la variabilità degli schemi ritmici (propria del canto popolare), i netti contrasti dinamici, la limpidezza della tessitura. La coda del movimento riprende il materiale tematico in una sorta di contemplazione, rinunciando quasi alla logica di contrasti in favore di una dinamica contenuta.
In posizione centrale troviamo un Molto adagio che è una delle grandi pagine notturne di Bartók; basterebbe ascoltare la sapienza strumentale con cui l'autore definisce l'esordio, una sorta di tappeto sonoro con sordina, su cui si stagliano nudi disegni di violini e viole. Si impone in questo movimento soprattutto la sezione centrale, con un lungo e calibratissimo crescendo innervato da angoscianti doppi trilli dei violini, cui fa seguito un rapido diminuendo.
Il movimento in cui più evidente è la logica del Concerto grosso è il terzo, Allegro assai, dove netto e continuo è il contrasto soli/tutti; ma molto vario è lo schema del tempo, che segue la forma di un libero rondò, guidato da un tema nel modo misolidio; vi troviamo, ad esempio, una sezione in cui incisivi unisoni si alternano a passaggi di inseguimenti fugati fra le voci; o ancora un lungo a solo rapsodico del violino. Lunga e trascinante, basata sull'intensificazione ritmica, la coda viene interrotta due volte, prima per una sezione in Grazioso, scherzando, poco rubato, affidata a pizzicati e glissandi, poi per un'estrema apparizione del concertino, subito prima della conclusione.
Arrigo Quattrocchi
Così come la Musica per archi, percussione e celesta, anche il Divertimento fu commissionato a Bartók da Paul Sacher per l'Orchestra da camera di Basilea. Scritta fra il 2 e il 17 agosto 1939 a Saanen (Svizzera), la partitura fu eseguita per la prima volta a Basilea l'11 giugno 1940. Pagina conclusiva del periodo neoclassico bartókiano, il Divertimento mostra una struttura per molti versi simile a quella del Concerto (n. 2) per violino: ABA', dove A e A' sono il suo primo e terzo tempo, accomunati dall'impiego del medesimo materiale tematico, e B il tempo centrale, a sua volta strutturato secondo lo schema "a ponte" bcb'. Il recupero di taluni tratti propri dello stile barocco si manifesta qui nella frequente alternanza tra soli e tutti, che sembra far palese riferimento ai modi del concerto grosso. La successione dei tempi presenta dapprima un Allegro non troppo il cui carattere di danza è prevalentemente affidato a un metro ternario di 9/8, non di rado però contratto, anche se per poche battute, in quello di 6/8. Segue un Molto adagio, dalle movenze ritmiche pronunciatamente magiare. Conclude la composizione un Allegro assai nel quale riappare, come s'è detto, trasfigurato nel metro di 2/4, il materiale tematico del primo tempo, qui sviluppato in un tessuto che abbandona l'impostazione contrappuntistica dell'Allegro non troppo a favore di una scrittura più omofonica e compatta, tale da consentire alla compagine strumentale un vera e propria dimostrazione di bravura.