Poco prima della morte, avvenuta il 26 settembre 1945, Bartók così scriveva al violinista e violista scozzese William Primrose, al quale è dedicata la partitura oggi in programma: «Sono molto contento di dirvi che il "Concerto per viola" è pronto in abbozzo; non resta più che da scrivere la partitura, cioè un lavoro puramente meccanico, per così dire. Se tutto va bene, mi sbrigherò in cinque o sei settimane, ossia potrò mandarvi una copia della partitura d'orchestra nella seconda metà di ottobre, e poche settimane dopo una copia (o più copie, se volete) dello spartito per pianoforte. Molti interessanti problemi mi si sono presentati durante la composizione di questo lavoro. L'orchestrazione sarà piuttosto trasparente, più trasparente che nel "Concerto per violino". Anche il carattere cupo, più virile del vostro strumento ha esercitato una certa influenza sul carattere generale del lavoro. La nota più alta che uso è il "la", ma sfrutto piuttosto frequentemente i registri bassi. Il lavoro è concepito in stile virtuosistico...». Purtroppo la leucemia di lì a poco mise fine alla tormentata vita dell'artista che non potè portare a termine e strumentare questo concerto: il compito di orchestrarlo fu assolto dal pianista ungherese Tibor Serly, il più fedele e devoto allievo di Bartók. Lo stesso Serly si preoccupò, sulla scorta degli abbozzi del compositore, di completare le ultime 17 battute del Terzo Concerto per pianoforte e orchestra, con il quale questo Concerto per viola presenta molti punti di contatto sia spirituale che estetico, soprattutto per quel senso di sereno e rassegnato distacco dalla vita e di depurazione da tutto ciò che di drammatico, di convulso, di tumultuoso e di impetuosamente vitale aveva caratterizzato le opere del periodo precedente, in un lungo arco di tempo che va dall'Allegro barbaro del 1911 al Sesto Quartetto per archi del 1939. Infatti in ambedue i concerti l'arte di Bartók raggiunge un clima di pacata e pensosa contemplazione e acquista una sua chiarezza strutturale e tonale che la rende ricca di vibrazioni umane, pur nel contesto di un discorso più asciutto e stilizzato che alcuni studiosi paragonano a quello degli ultimi quartetti beethoveniani.
A proposito di queste due composizioni anche Massimo Mila riconosce che «si estingue l'elemento demoniaco che con tanta irruenza aveva rumoreggiato un tempo nella sua musica, e sempre più vengono in luce valori di libera religiosità, con una caratteristica frequenza d'armonizzazioni in stile di corale. In ognuno dei due "adagio religioso" che stanno al centro dei due concerti si trova un episodio agitato, che nella pace serena della stanchezza senile si colloca come una spettrale rievocazione dei fremiti, delle agitazioni e dei tumulti della vita intensa, pulsanti un tempo nei grandi quartetti e nella Musica per archi». Non c'è dubbio che l'Adagio religioso con il suo severo discorso diatonico è il momento più alto e più compiutamente espressivo di questo Concerto per viola e orchestra ed è rivelatore dell'aspetto più significativo e riassuntivo dell'anima di Bartók tutta protesa a difendere la sua individualità e integrità morale e artistica, pur partecipando, è vero, a tutte le tendenze e a tutti i tentativi della musica moderna, senza cedere però né al neoclassicismo tonale né all'espressionismo dodecafonico.
Ma anche gli altri due tempi si impongono all'attenzione dell'ascoltatore per la loro precisa fisionomia musicale. Il Moderato iniziale si presenta con una varietà di movimenti di svagato tono rapsodico, in cui si dissimula la concatenazione delle idee con quell'occasionale incepparsi della melodia in gorghi o mulinelli di note che girano, lenti o vorticosi, su se stessi; l'Allegro finale si richiama a quegli schemi di vivace e prorompente animazione folcloristica, che sono una delle sigle caratteristiche della fantasia inventiva bartókiana.
Insolubilmente problematico nella sua incompiutezza, e
interamente orchestrato, sulla base degli abbozzi autografi,
dall'allievo ed amico Tibor Serly, il Concerto per viola
fu commissionato a Bartók dal violista scozzese William
Primrose, che lo esegui per la prima volta a Minneapolis il 2 dicembre
1949, sotto la direzione di Antal
Dorati. L'autore, morto il 26 settembre 1945, vi aveva
lavorato a più riprese durante l'ultimo anno di vita,
lasciandone però soltanto una stesura del tutto sommaria,
quasi interamente priva di indicazioni per la strumentazione e gravata
da numerosi problemi di leggibilità e interpretazione. La
stessa divisione in tempi del lavoro appare dubbia: in una lettera a
Primrose, Bartók parla infatti di quattro
tempi con introduzione-refrain. Tre sono invece quelli dell'abbozzo,
collegati da brevi episodi di transizione: un Lento parlando tra
il primo e il secondo, un Allegretto
tra il secondo e il terzo. La parte della viola concertante si
presenta, per contro, interamente compiuta: ad essa è
affidata, nel Moderato
iniziale in forma sonata, l'esposizione di tutto il materiale tematico.
L'indicazione Adagio
religioso fu attribuita al secondo tempo da Serly, per una
supposta analogia con il tempo centrale del Concerto n. 3 per
pianoforte: la forma, però, non è qui ABA', bensi
ABC, dove C è una reminiscenza del primo tema del primo
tempo. Particolarmente disordinato è infine il manoscritto
del conclusivo Allegro
vivace: non è tuttavia difficile riconoscervi
la caratteristica cifra bartókiana nelle frequenti venature
folcloriche (qui di sapore rumeno), nel vivace piglio ritmico,
nell'allusione nostalgica ai valori di una civiltà
irrimediabilmente perduta con l'esilio.